Alla faccia delle quote rosa: donne emarginate dal lavoro

15 aprile 2014 ore 12:24, intelligo
di Stefano Sequino
Alla faccia delle quote rosa: donne emarginate dal lavoro
Sul fronte lavoro nubi all’orizzonte per tutti. Ma le donne, in particolare, soffrono (non è una novità) di una particolare precarietà anche dovuta, oltre alle mancate riforme del lavoro, alla scarsità dei servizi sociali e, in particolare, all’assenza o quasi di politiche di conciliazione tra tempi di vita e di impiego lavorativo. A ricordarci della questione (semmai ce ne fosse stato bisogno) è stata anche Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi), dicendo che l’Italia è uno dei Paesi dell’eurozona che incoraggia meno la partecipazione alla donne del lavoro. Quello che invece non ha detto Lagarde è che l’attuale sistema occupazionale e sociale (ma anche culturale) oltre a non incoraggiare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro ne promuove invece l’uscita, complice anche la crisi che tuttavia, quando si parla di lavoro femminile, non è certo la sola causa del fenomeno. Dall’altra parte i dati Istat sono piuttosto chiari: tra il 2012 e il 2013, l’occupazione ha registrato un calo, in termini assoluti, pari a -478 mila lavoratori (-2,1%) e di questi 128 mila sono donne (-1,4%); anche il picco massimo della disoccupazione giovanile (che mediamente ha raggiunto il 40,0%) spetta alle giovani donne del Mezzogiorno con un tasso del 53,7%. E se in termini assoluti la disoccupazione femminile ha raggiunto 1,4 milioni, sono oltre i 9 milioni le donne inattive che non solo non lavorano ma hanno anche smesso di cercarlo.  Il motivo è (anche) un welfare che fa acqua da tutte le parti che di fatto non consente alle donne di poter coniugare (eventuale) lavoro e famiglia. Non è un caso che sono pochi i bambini che trovano posto negli asili nido pubblici e che (guarda caso) la metà delle donne lascia il lavoro dopo la gravidanza.
Alla faccia delle quote rosa: donne emarginate dal lavoro
In altri casi invece (dove possibile) c’è l’opzione del lavoro part-time, molto più diffuso tra le donne lavoratrici che non tra gli uomini. La conseguenza è che l’Italia è il fanalino di coda in Europa in tema di occupazione femminile: secondo i dati Eurostat, infatti, il tasso di occupazione femminile è pari al 49,5% rispetto alla media UE del 62%. E mentre negli altri paesi europei l’occupazione femminile aumenta al crescere dell’età dei figli (con un andamento a “U”, cioè con una rapida discesa nei tre anni successivi alla nascita del figlio e un successivo graduale ritorno al lavoro), in Italia invece, secondo il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), continua a diminuire. Si spera che l’ultimo tassello del puzzle Jobs Act di Renzi, il ddl delega al Governo di riforma, tra l’altro, degli ammortizzatori sociali e di sostegno alla maternità, possa andare oltre la retorica seppure nella i pluri-contratti brevi e rinnovabili senza più motivazione e senza una garanzia di stabilizzazione (previsti dal primo tassello del puzzle) certo non remano a favore di una partecipazione delle donne nel mondo del lavoro; non ci sarà infatti neanche più bisogno, in caso di gravidanza, ricorrere a (illegali) stratagemmi (come quello delle dimissioni in bianco) per interrompere il rapporto lavorativo ma basterà attendere pazientemente la naturale scadenza del breve contratto a termine. E al di là dell’euforia per le cinque capolista donne Pd alle elezioni europee e di clamori puntiformi rispetto alla reale entità del problema, la “parità di genere” (tra gli slogan più sentiti e sbandierati in ogni dove) rimane ancora un orizzonte nuvoloso e piuttosto lontano. 
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