Diaz e quel post assurdo del poliziotto, ma occhio alla spaccatura con lo Stato

15 aprile 2015, Americo Mascarucci
Stanno facendo molto discutere in queste ultime ore le dichiarazioni rilasciate su Facebook da Fabio Tortosa, poliziotto del reparto mobile di Roma, sindacalista del Consap a commento della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha definito “tortura” l’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz di Genova nel
Diaz e quel post assurdo del poliziotto, ma occhio alla spaccatura con lo Stato
luglio del 2001 in occasione del G8 ed il conseguente “pestaggio” dei no global in essa ospitati. Sul proprio profilo Fb Tortosa avrebbe dichiarato “Io sono uno degli 80 del VII nucleo, ero quella notte alla Diaz e ci rientrerei mille e mille volte”. 

Sono in corso accertamenti da parte del Dipartimento di Pubblica Sicurezza per stabilire se quel post è stato davvero scritto da Tortosa sul proprio account ufficiale o se si tratti di un falso; nel caso in cui si dovesse scoprire che è lui l’autore, scatteranno probabilmente le misure disciplinari. Il post è datato 9 aprile il giorno successivo il pronunciamento della Corte europea. Tortosa aveva scritto inoltre: “Esistono due realtà, due verità. La verità e la verità processuale. La verità processuale si è conclusa con una condanna di alcuni vertici della polizia di Stato e del mio fratello Massimo Nucera a cui va sempre il mio grande rispetto ed abbraccio. Poi esiste la verità, quella con tutte le lettere maiuscole. Quella che solo io e i miei fratelli sappiamo, quella che solo noi che eravamo lì quella notte sappiamo. Una verità che non abbiamo mai preteso che venisse a galla. Una verità che portiamo nei nostri cuori e nei nostri occhi a distanza di quasi 15 anni, quando quegli uomini incredibili si reincrociano in ogni piazza d'Italia in cui ci sia da avversare i nemici della democrazia. Quegli occhi che si uniscono in un abbraccio segreto. In un convenzionale e silenzioso 'si', lo sappiamo, ci hanno inculato (sic!). 

Ma che importa? Non era la gloria quello che cercavamo. Quello che volevamo era contrapporci con forza, con giovane vigoria, con entusiasmo cameratesco a chi aveva, impunemente, dichiarato guerra all'Italia, il mio paese, un paese che mi ha tradito ma che non tradirò". Parole forti, che tuttavia lasciano aperti molti interrogativi. 

Di quale seconda verità parla il poliziotto? Quale sarebbe questa verità che soltanto loro che erano lì quella notte conoscono e che non hanno mai voluto venisse a galla? Un semplice sfogo? Di certo al di là della discutibile frase sulla volontà di ripetere quei fatti anche mille volte, nelle parole del poliziotto romano traspare senza ombra di dubbio la rabbia di un’intera categoria, quella delle forze dell’ordine che sempre più spesso si trova nell’occhio del ciclone. Quegli agenti, giovani e meno giovani, che ogni giorno difendono lo Stato nelle piazze rischiando la vita, per quello stesso Stato che poi sembra scaricarli nel momento in cui torna utile lavarsi le mani di certe situazioni. Quando i poliziotti sbagliano è giusto che paghino e la magistratura ha dimostrato più volte di non fare sconti a nessuno (vedi il caso di Federico Aldovrandi). 

Ma da che parte sta realmente lo Stato? Da quella di chi è preposto a difendere la democrazia, o di chi invece è pronto a minarne la stabilità? A Genova comunque la si pensi, si sono fronteggiati lo Stato e l’anti-stato, le forze dell’ordine dalla prima parte e i no global violenti che hanno messo a ferro e fuoco la città dall’altra. Gli abusi da parte delle forze dell’ordine ci sono stati e sono stati puniti, ma la storia non si può riscrivere. La storia ci racconta di manifestanti violenti che già nei giorni precedenti il G8 avevano minacciato di scatenare l’inferno a Genova, di poliziotti e carabinieri costretti con enorme difficoltà ad arginare la teppaglia e di un giovane manifestante Carlo Giuliani che ci ha rimesso la vita durante l’assalto ad una camionetta dei carabinieri rimasta isolata. Ma lo Stato quel giorno stava dalla parte degli uomini in divisa, dei tanti poliziotti e carabinieri che non hanno partecipato al pestaggio alla Diaz, ma che hanno rischiato per un intero pomeriggio la propria vita sulla strada. I nemici della democrazia quel giorno non erano i poliziotti ma “gli altri”.

Tortosa ha sbagliato a postare quelle frasi e se sarà accertato che l’account è suo sarà sanzionato se dal dipartimento riterranno necessario farlo. Ma il suo sfogo, discutibile e censurabile quanto volete, rispecchia purtroppo il comune sentire della stragrande maggioranza degli appartenenti alle forze dell’ordine. 

“Noi difendiamo lo Stato e lo Stato a noi non fa sconti”. Così la pensano in tanti, e si può dar loro torto? Anche nei piccoli centri spesso e volentieri si leggono storie “assurde” di Carabinieri costretti a finire davanti ai giudici perché, il pregiudicato fermato con la macchina piena di droga, in caserma è andato a sbattere di proposito la testa contro il muro sostenendo poi di essere stato malmenato dagli agenti. 

E se magari il detenuto in carcere si toglie la vita, a passare i guai è l’agente di sorveglianza che avrebbe dovuto tenerlo sotto controllo. Storie quotidiane che sfuggono all’attenzione dei grossi media ma che rendono bene l’idea dello stato di disagio in cui operano i “servitori” dello Stato. 
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