Parla in esclusiva Alain de Benoist: "Il gender è figlio del capitalismo liberale"

15 aprile 2015, Fabio Torriero
L'intervista del direttore Fabio Torriero


Nel suo libro "I demoni del bene", è detto chiaramente: il grande inganno consiste nel far passare come sensibilizzazione alla democrazia, alla tolleranza, come pedagogia, quella che è in realtà la cancellazione di ogni legame e di ogni identità culturale, storica, religiosa, familiare e sessuale. E' la rottura (democrazia contro natura), e il pensiero gender ne costituisce solo un'ultima declinazione, tra
Parla in esclusiva Alain de Benoist: 'Il gender è figlio del capitalismo liberale'
l'uomo-creatura e il Creato, per una nuova antropologia, dove al posto della natura c'è la cultura, la scelta (il desiderio che diventa diritto), e dove al posto dell'uomo, c'è l'uomo in progress, l'uomo indistinto, indifferenziato, l'apolide, il cittadino asessuato del mondo. Perché in questo modo può diventare più schiavo dell'economia, mero ingranaggio, e schiavo del nuovo ordine mondiale. Alain De Benoist, filosofo e fondatore della Nouvelle Droite, in una conversazione sul tema con IntelligoNews, denuncia sì la la fonte ideologica dell'indifferenziazione moderna ma analizza anche l'attualità politica, destra e sinistra, e commenta la scalata di Marine Le Pen...

Secondo te, cosa può fare la Chiesa come agenzia di senso, o cosa può fare lo Stato nazionale, per fermare e combattere tale disegno? Ti piace papa Francesco? Con la sua misericordia, è più vicino a questo nuovo ordine mondiale buonista o resta nel solco della tradizione?

"Quello che nel mio libro rimprovero alla teoria del genere, non è di ricorrere alla nozione di “genere”, che corrisponde a una realtà socio-culturale incontestabile, ma di credere che il genere non abbia niente a che vedere con il sesso nell'accezione biologica del termine. La verità è che esistono una pluralità di pratiche, di orientamenti o di preferenze sessuali, ma che ci sono solo due sessi. Nell'immensa maggioranza dei casi, il sesso precede il genere, non certo nel senso di un determinismo stretto, come predisposizione. La pluralità  sessuale non fa sparire i sessi biologici e non ne aumenta il numero. L'orientamento sessuale, quale esso  sia, non rimette, quindi, in discussione il corpo sessuato. I sostenitori dell'ideologia del genere sostengono anche l'idea di una “neutralità” iniziale dell'essere umano in materia di sesso. Si potrebbe comodamente “costruire” o fabbricare una ragazza o un ragazzo educando un bambino come una ragazza o come un ragazzo. Il corpo sessuato non sarebbe un dato già presente dal principio dell'esistenza. È in questo senso che gli uomini e le donne sarebbero sprovvisti di “natura”. Ma questa è una contro-verità manifesta. Il sesso si decide in realtà dalla fecondazione, cioè prima ancora dell'apparizione morfologica degli organi genitali nell'embrione, il che significa che la differenza sessuale è acquisita sin dai primi istanti di vita. L'ideologia del genere, infine, si riallaccia a questa forma particolare di femminismo che, anziché privilegiare prima di tutto (e non senza ragione) la difesa, la promozione o la rivalorizzazione del femminile, sostiene che l'eguaglianza tra gli uomini e le donne non sarà veramente acquisita finché ci sarà qualcosa che li distinguerà. Poiché la differenza viene ritenuta indissociabile da una dominazione o da una gerarchia, l'eguale diventa sinonimo del medesimo: per uscire da ogni rapporto di dominazione, bisognerebbe sopprimere la differenza dei sessi. Non si tratta più di liberarsi solamente del “patriarcato”, della dominazione maschile, né degli uomini stessi, ma del sesso in quanto tale. È in questo senso che l'ideologia del genere si disvela come portatrice di un ideale di indifferenziazione. La critica dell'ideologia di genere non ha a che fare in via peculiare con la Chiesa o con lo Stato ma deve essere propria di tutti i cittadini che hanno a cuore la verità. Quanto a Papa Francesco, egli riscuote spesso la mia simpatia, in particolare quando denuncia, con maggior nettezza dei suoi predecessori, il sistema capitalista, l'ingiustizia sociale e il culto del denaro".

Nel tuo libro si fa riferimento al fatto che l'indistinto, l'indifferenziato nascano dai monoteismi. Già nel concetto di Dio c'è la fusione tra maschio e femmina, il loro superamento. Ma Gesù, incarnandosi come vero Dio e vero Uomo, si è incarnato da maschio, confermando la differenza tra maschio e femmina... Cosa pensi?


"Non credo neanche per un istante che Gesù sia Dio, ma anche se lo credessi mi parrebbe comunque ovvio che Dio non avrebbe potuto certo incarnarsi sulla terra come ermafrodito! Ora, incarnarsi sotto forma di donna avrebbe senza dubbio nuociuto alla sua predicazione, tenuto conto della condizione femminile nell'antica Palestina. Egli poteva incarnarsi soltanto sotto forma di un uomo. Ma questo non cambia nulla rispetto al fatto che dal punto di vista cristiano, la differenza tra gli uomini e le donne è di fatto inessenziale agli occhi di Dio. È ciò che dice San Paolo in un passaggio molto conosciuto dell'epistola ai Galati: “Non c'è più né ebreo né greco... Non c'è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.

La cultura libertaria sembra essere oggi l'unica alternativa ai due moralismi contrapposti: quello cattolico e quello gay. Ma non pensi che la cultura libertaria è proprio all'origine di quella società delle pulsioni dell'io (la fine sella società liberale), del concetto di libertà senza autorità, senza limite, di cui il '68 è stato uno dei pilastri? 

"No, non solamente io non faccio l'elogio della cultura libertaria, ma ne faccio al contrario una critica radicale mostrando che essa discende esattamente dalla stessa fonte ideologica della cultura liberale. È la ragione per la quale, come ha detto Jean-Claude Michéa, il liberalismo economico (di destra) e il liberalismo culturale e sociale (di sinistra) sono destinati a ricongiungersi. Bisogna del resto farla finita col il mito del '68”! Non è dal '68 ma dal capitalismo liberale che proviene l'idea di una libertà irresponsabile e senza limiti. Il capitalismo è legato dalle sue origini a un modello antropologico, quello dell'homo œconomicus, che si crede cerchi sempre di massimizzare il suo miglior interesse materiale. Da qui la legittimazione dell'egoismo. Il capitalismo si struttura d'altronde sull'idea dell'illimitato, di affrancamento da ogni frontiera, da ogni limite. La sua sola parola d'ordine è “sempre di più!” (sempre più mercato, scambi, profitti...). Da qui la legittimazione della dismisura, che i greci chiamavano hybris. Già presso Adam Smith, l'economia sembrava essere guidata dal desiderio molto più che dal bisogno. Ora, il desiderio è per natura illimitato (Epicuro faceva già del desiderio illimitato il principale ostacolo alla felicità). La pulsione economica oscura così la questione dei fini. Se oggi l'immaginario simbolico è sempre più colonizzato dai soli valori mercantili non è per colpa dei “gauchistes”, ma del capitalismo liberale che, per estendersi, ha bisogno di distruggere metodicamente tutto ciò che può fungere da ostacolo all'egoismo, alla libertà del commercio e al regno dell'interesse. Karl Marx non aveva torto a dire che la borghesia ha affogato l'ordine antico “nelle acque gelide del calcolo egoistico”. La cultura libertaria si situa di diritto nel prolungamento di questa tendenza. Come ha scritto il filosofo Jean Vioulac, “l'avvento della società dei consumi implicava la dissoluzione di tutto ciò che era suscettibile di frenare l'acquisto sui mercati, e dunque l'abolizione di ogni legge morale che reprimesse la soddisfazione immediata del desiderio. Il liberalismo, nella misura in cui si definisce tramite l'esigenza della deregulation e della de-istituzionalizzazione di ogni attività umana, è il progetto politico di smantellamento completo dell'ordine della legge, e in questo è uno dei più potenti motori del nichilismo”

Destra e sinistra usciranno mai rispettivamente dall'etica e dalla morale? Da noi Salvini e Grillo, i fatti nuovi della politica italiana ricalcano questi due schemi: la piazza populista moralista ed etica. L'alternativa è una politica pragmatica senza cuore? Lo stesso Renzi sembra la fotocopia di Berlusconi...

"Nel mio libro faccio un'opposizione fra morale ed etica, che non sono concetti equivalenti (l'etica possiede un legame intrinseco con l'estetica, cosa che invece non accade per la morale). Io distinguo anche le morali dell'areté (Aristotele) che sono orientate verso il bene, e le morali deontologiche (Kant), che sono orientate verso il giusto. Questo ovviamente non significa che la politica si debba ridurre a un “pragmatismo senza cuore”. C'è soprattutto nella protesta populista, una dimensione morale molto importante, ereditata dal socialismo delle origini. Una delle grandi qualità del popolo è ciò che George Orwell chiamava la “decenza comune” (common decency), ovvero l'idea che “ci sono cose che non si possono fare”. Ma qui bisognerebbe senza dubbio introdurre ancora un'altra distinzione tra morale pubblica e morale privata. La politica non deve stare alle dipendenze della morale, poiché essa possiede la sua propria morale, la cui chiave di volta è la nozione del bene comune. Il bene comune non può essere diviso: esso è “comune” nel senso che se ne può godere solo in comune". 

L'avanzata della Le Pen, ma il successo di Sarkozy, ha fatto capire anche all'Italia che la destra senza i moderati non va al governo e non vince. Condividi questo schema?

"Non so cosa siano quelli che si chiamano i “moderati”, moderati in cosa? Moderatamente coraggiosi? Moderatamente onesti? Se in Francia il Front national è il primo partito politico è prima di tutto perché si rifiuta di definirsi in rapporto a uno spartiacque destra-sinistra che oggi non ha più alcun senso. Appena ha nettamente preso posizione contro il liberalismo economico e la società di mercato, esso è divenuto il partito per cui vota la maggior parte degli operai. Se oggi vuole proseguire la sua ascesa, non può farlo che impegnandosi prioritariamente a far sparire l'Ump di Sarkozy".



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