Maro', un anno in India. Nel silenzio.

15 febbraio 2013 ore 12:11, Francesca Siciliano
Maro', un anno in India. Nel silenzio.
È passato un anno. Trecentosessantacinque giorni dall'incidente che vide la morte di due pescatori indiani, in cui rimasero coinvolti, mentre erano in servizio di sicurezza sulla Enrica Lexie, i nostri due Maro'. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono ancora lì che aspettano. Aspettano che la giustizia faccia il suo corso. Aspettano il verdetto del tribunale speciale. In un turbine di debolezza diplomatica, in un silenzio assordante, in un'attesa angosciante per amici, familiari e per tutta la comunità militare. Son tornati a casa per Natale, 15 giorni, su cauzione di 800mila euro che lo Stato italiano ha dovuto pagare all'India. Come scordare i loro visi e la loro commozione appena atterrati a Ciampino? Alcuni partiti hanno provato, anche in vista della campagna elettorale, a proporre le loro candidature. Per tenerli qui, per non doverli più far andare via. Ma non hanno ceduto, Massimiliano e Salvatore. Non hanno pensato neanche per un attimo di poter fuggire dalla giurisdizione indiana come due vigliacchi. Sono militari loro, sono il nostro orgoglio nazionale; sono onesti e fieri: allo scadere della “licenza” son tornati in quella che da dodici mesi è la loro casa senza battere ciglio, senza strapparsi i capelli o invocare pietà. In una compostezza che ad alcuni ha fatto venire i brividi. Per un lungo periodo, agli albori della loro prigionia, sono stati sottoposti a pesantissime pressioni: vere e proprie torture psicologiche. Poi addirittura reclusi in un edificio all'interno del carcere della capitale keralese. Ma dallo scorso 18 gennaio hanno cambiato vita. Oggi sono “ospiti” nell'Ambasciata italiana a New Delhi, hanno lasciato il Kerala. Ma pur sempre ospiti-prigionieri, in attesa che qualcosa si sblocchi lì in India. Quella loro, ormai, è diventata una vita quasi normale in terra straniera e ostile. Lavorano, fanno attività fisica, hanno anche la possibilità di uscire ogni tanto. Ma ogni settimana devono andare a firmare nel Commissariato di zona, un Daspo in piena regola. Per paura che scappino via, come due delinquenti. Apparentemente non sembra abbiano limitazioni, li si vede spesso nel ristorantino a lato dell'Istituto italiano di Cultura, in abiti civili, conversare con il personale della rappresentanza o con conoscenti che a volte li invitano a cena nelle loro case. Ma non sono uomini liberi: non possono rilasciare giudizi o dichiarazioni, non possono parlare del proprio caso. Almeno fin quando resta aperto l'iter giudiziario che li vede pesantemente coinvolti. E intanto i mesi passano. E l'Italia con ministri e sottosegretari italiani, più volte andati in India, ha cercato come poteva di stargli vicino. Ancora manca il successo. Il successo di riportarli a casa. E sempre più l'attesa si fa snervante, la decisione della Corte indiana potrebbe cambiare le loro vite, un destino appeso a un filo. Con Massimiliano e Salvatore che non vogliono scappare. Vogliono solo che a giudicarli, nel rispetto dei trattati internazionali, sia un un Tribunale in Italia. A casa. Come è giusto che sia.
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