Braccio "d'acciaio" tra Ue e Cina, ma gli Stati sanno da che parte stare?

15 febbraio 2016 ore 18:47, Andrea De Angelis
Braccio 'd'acciaio' tra Ue e Cina, ma gli Stati sanno da che parte stare?
Apriti cielo.
Che in questo caso può avere un doppio, se non triplo significato. Quello classico, inteso come il clamore che un simile scontro politico (ed economico) potrebbe portare con sé considerando anche tutte le conseguenze geopolitiche del caso. Ma anche quello più letterale, legato all'ambiente viste le ormai vecchie accuse (ma non per questo superate) che da tempo sono rivolte verso il settore secondario cinese.

Il problema che divide i due continenti (o meglio, quello Vecchio e la Cina) è quello dell’acciaio a basso prezzo che invade il mercato europeo. Così alcune migliaia di operai metalmeccanici stanno protestando a Bruxelles, insieme agli imprenditori, per chiedere alla Commissione europea il varo di misure antidumping. Di cosa si tratta? Una sorta di dazi per proteggere il mercato dalle vendite sottocosto. Ma c'è un'altra rischia ben specifica, ovvero che l'Europa neghi la concessione alla Repubblica popolare dello status di “economia di mercato”, prevista dopo quindici anni di presenza all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) di cui Pechino fa parte dal 2001. Un diniego che sarebbe a tutti gli effetti epocale
Ma restiamo all'acciaio. Cecilia Malmstrom, la commissaria europea del Commercio, ha chiesto da dieci giorni al suo omologo cinese delle misure per ridurre le capacità di produzione del settore. Ma la Cina ha risposto auspicando che la Commissione Ue rispetti l’organizzazione mondiale del commercio e utilizzi strumenti leciti. "Le esportazioni cinesi di acciaio - ha fatto sapere il ministero cinese degli esteri - sono aumentate l’anno scorso del 19,9% e hanno salvato moltissime nostre aziende a rischio chiusura a causa del calo della domanda interna. La sovrapproduzione - ha sottolineato la Cina - è un problema globale per l’acciaio e può essere risolto solo con il dialogo e la cooperazione". 

Dunque dialogo e cooperazione, due paroline magiche che pongono un solo interrogativo: i singoli Stati europei, al di là delle dichiarazioni ufficiali arrivate in modo più o meno netto da Bruxelles, hanno deciso davvero da che parte stare? Difendere le proprie industrie è quasi scontato, ma poi calcolatrice alla mano non sempre i "conti tornano" e anche qui siamo nel doppio, triplo significato dell'espressione. 
Così mentre i metalmeccanici scendono in piazza gli Stati si interrogano e cercano, o meglio dovrebbero in fretta trovare una soluzione comune. Parlare ad una sola voce. Perché è chiaro che in situazioni come queste l'omogeneità di vedute del continente è fondamentale e a dirlo non è un'ideologia, ma ancora una volta sono i numeri. L'Europa infatti ha circa mezzo miliardo di abitanti, la Cina quasi il triplo. Dunque alzare la voce va bene, purché lo si faccia all'unisono. 
L’Europa si divide tra i Paesi che a oggi sono fondamentalmente contrari a concedere lo status di economia di mercato alla Cina e quelli che sono favorevoli. Schematicamente, al primo gruppo appartengono le economie del Sud Europa con l’Italia capofila, al secondo britannici e scandinavi. La soluzione potrebbe essere di compromesso, ma non è ancora ben chiaro come. 
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