Solinas, gli ultimi Mohicani e il racconto di una generazione

15 giugno 2013 ore 12:31, intelligo
di Mario Bernardi Guardi
Solinas, gli ultimi Mohicani e il racconto di una generazione
“E’ meglio avere dei pentimenti che dei rimpianti”, recita un vecchio adagio. Beh, non sappiamo se quelli che Stenio Solinas consegna a “Gli ultimi Mohicani” (Bietti, pp.122, euro 13), abbiano più il colore degli uni o degli altri. Forse siamo di fronte a una tessitura policroma, a futura memoria o a presente ammonizione.
Perché Stenio, mescolando irriverenza e disincanto, amarezza e ironia, struggente nostalgia e polemico fervore, racconta la sua, la nostra generazione, che, diciamolo in maniera brutalmente “tranchant”, nacque “mohicana” e probabilmente “mohicana” morirà. E se volete squarciare il velo metaforico, andate a leggervi il romanzo di James Fenimore Cooper che contribuì ad additare a Stenio la via giusta: quella “dalla parte sbagliata”. Che con tutti i suoi umori e malumori reducistici, le sue impennate retoriche e le sue vistose contraddizioni, le sue anime che erano davvero una, nessuna e centomila, ebbe comunque una sua gran bella ragion d’essere: perché rappresentava la testimonianza di un Novecento, tra il mal risolto e l’irresoluto, per carità, ma che, di sicuro, conteneva davvero tutte le potenzialità rivoluzionarie. E in tutti i campi: culturale, politico, sociale. Ci si doveva contentare di un entusiasmante azzardo, tanto estremo e trasversale, nelle sue premesse e nei suoi obbiettivi, da confinare con l’impossibile? Certo, a veder come si sono estinti i sogni, a cozzar con la realtà, vien fatto di rispondere in modo affermativo. Da mohicani, fieri delle origini, e con un destino che va da qui all’eternità, magari passando per una provvisoria “morte”. Ma il libro di Solinas non riguarda soltanto le maldestre destre che assalirono le diligenze del potere e nulla cambiarono, anzi, cambiarono sé stesse, in un tripudio di incoerenza, incompetenza e malaffare: ognuno si deve prendere la sua parte di Apocalissi, infatti, a partire dalla classe dirigente antifascista, incapace di costruire qualcosa che, sia pure alla lontana, assomigliasse a una democrazia e, se non a una Patria, almeno a un Paese. Dunque, siamo di fronte a una “ricognizione” che, con prosa scintillante, davvero “di rango”, sa evocare la sterminata stagione del nostro malessere, in ogni sua fase, dal piombo, alla latta, all’attuale verminaio, con tocchi rapidi che ben colgono lunghi disagi. Chi si salva? I Mohicani. Finché respirano, c’è futuro.
autore / intelligo
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