Ballottaggi, Puppato (Pd): “Renzi dialoghi con minoranza dem e parte produttiva del Paese”

15 giugno 2015, Marco Guerra
Ballottaggi, Puppato (Pd): “Renzi dialoghi con minoranza dem e parte produttiva del Paese”
 “In Veneto sconfitta che brucia, manca il dialogo con la parte più produttiva del Paese”. Cosi Laura Puppato, senatrice dem, analizza con IntelligoNews i risultati dei ballottaggi alle elezioni amministrative. La parlamentare originaria della provincia di Treviso evidenzia inoltre il peso sul voto esercitato dall’emergenza immigrazione: “C’è una preoccupazione trasversale”.

Come commenta il risultato del ballottaggi?

«I ballottaggi sono andati particolarmente male e mette una certa disperazione pensare a Venezia che torna al centroestra dopo vent’anni, per quanto Brugnaro sia una figura ibrida che, appena eletto, ha detto di avere Renzi come riferimento nazionale e Zaia come locale».

Quindi è nel “suo” Veneto che la sconfitta brucia di più?

«Facendo un’analisi complessiva, bisogna considerare che il Veneto non è mai stato di sinistra e quindi non basta l’appartenenza al Pd per essere eletti. Serve essere riconosciuti dalla società che ti deve eleggere e, probabilmente, questa volta i candidati non sono riusciti a rappresentare le istanze del territorio visto che abbiamo perso in gran parte dei Comuni della regione dove si è votato. Poi mettiamoci tutta la polemica montante sul tema dell’immigrazione e il dato che il governo non ha fatto da traino come le europee del 2014. Diciamo che fattori locali e nazionali combinati insieme hanno inciso su questo risultato».

Visto che ha introdotto la questione immigrazione, quanto può influire l’emergenza di questi giorni sulle scelte dell’elettorato?

«Proprio stamattina in stazione leggevo un sondaggio Svg sull’immigrazione che chiedeva quanti sono disponibili ad ospitare un rifugiato in casa. Ecco, al di là dello scontatissimo 100% di contrari tra gli elettori di destra e Lega, colpisce che appena il 28% degli elettori del Pd sia disposto ad ospitare un migrante e che anche tra i Cinque Stelle la percentuale di disponibili si fermi al 49%. Questo dimostra che il tema crea una grave preoccupazione trasversale. Un sentimento che magari dissuade dal voto anche molti cittadini che sarebbero disposti a votare Pd. Non a caso, abbiamo avuto un astensionismo altissimo in questa tornata elettorale».

Renzi non traina più come lo scorso anno. Questo è un campanello di allarme per tutto il centrosinistra?

«In primis dobbiamo analizzare le realtà locali e la mancanza di appeal di molti candidati rispetto alle categorie che cercavano di rappresentare. Per esempio, su Venezia avevo percepito un certo malcontento dei nostri iscritti, ma c’è da dire che la candidatura di Casson non era in linea con i vertici del partito, quindi va capito bene cosa è successo. Tuttavia Renzi resta sullo sfondo come unico elemento leaderistico che raccoglie grandi percentuali di consenso, al momento ancora doppia Salvini. Non a caso, ribadisco, Brugnaro lo mette tra i suoi riferimenti politici. Infatti, secondo me, quello che ha pesato di più è la percezione del governo che complessivamente non riesce a risultare convincente su immigrazione e scuola. E poi non si può non mettere l’accento sull’astensionismo. Il 45% di affluenza alle urne in Veneto è preoccupante. La presenza al voto, alle amministrative, in questa regione è sempre stata altissima. Dobbiamo tornare ad una politica di prossimità».

Vedo che la questione della disaffezione la voto le sta particolarmente a cuore. Non crede che questo sia un ulteriore segnale che il cosiddetto ‘partito leggero’ in Italia non può funzionare?

«La struttura del partito deve essere sicuramente più efficace sui territori, le sedi devono essere una cinghia di trasmissione tra la politica e le realtà locali. Anche perché i media prediligono la polemica e lo slogan, mentre se si vuole far comprendere lo sforzo immane che stiamo facendo per cambiare questo Paese è necessario un confronto continuo con la gente entrando nel merito delle questioni senza dare nulla per scontato. Dobbiamo riprendere la tradizione del legame con il popolo».

In queste amministrative quanto ha influito lo scontro tra maggioranza e minoranza dem?

«Va preso atto che c’è del malessere da quella parte, che è frutto di un cambiamento non digerito e non del tutto motivato. Il mio invito a Renzi è quello di non chiudere le porte del dialogo, ci deve essere ascolto vero, altrimenti si fa un danno al Pd e a tutta l’Italia, con gravi riflessi sulla disaffezione al voto».

Dialogo con tutta la compagine di governo o andare dritti sull’attuazione del programma e delle riforme come si è fatto finora?

«Oggi sarebbe sciocco pensare di tirare i remi in barca e dire che coloro che sono d’accordo me hanno ragione, e solo con loro si prosegue il cammino. Renzi deve fare uno sforzo di ascolto senza crogiolarsi nelle 17 Regioni nelle mani del centro-sinistra. Perché è vero che il centrodestra ha solo 3 Regioni, ma sono tre territori che insieme fanno oltre 25% della popolazione italiana e quasi la metà del Pil del nostro Paese. Il voto del Sud è un voto alla speranza e per il cambiamento, mentre il voto del Nord è più concreto e meno ideologico: è un voto che va conquistato sul campo e per farlo bisogna essere interlocutori della locomotiva economica del Paese».
autore / Marco Guerra
Marco Guerra
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