Accelerazioni e frenate della Kyenge

15 maggio 2013 ore 17:58, Francesca Siciliano
Accelerazioni e frenate della Kyenge
Diventare ministri, si sa, comporta onori e oneri. Specialmente per un ministro dell'Integrazione di colore che un minuto dopo aver giurato sulla Costituzione italiana ha proposto l'abolizione del reato di clandestinità.
Tempistica sbagliata, quella della Kyenge: i drammatici fatti di cronaca di Milano riguardanti il picconatore folle l'hanno posta al centro di un fuoco di fila Pdl-Lega non indifferente. Lei si è difesa bene, facendo retromarcia sulle questioni più spinose e ammorbidendo alcune posizioni che avevano acceso la discussione e le polemiche. Lo stesso ius soli puro, argomento che la ministra aveva trattato invocandone l'applicazione anche nel belpaese, è stato da lei stessa smorzato elegantemente. Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. La Kyenge, divenendo un rappresentate della Repubblica Italiana e delle istituzioni, ha saputo giocare brillantemente la carta della diplomazia, smussando le tesi dei suoi cavalli di battaglia. Ma le opinioni personali, si sa, sono dure a morire. Ecco perché, nonostante tutte le belle parole e i buoni propositi, andando a scavare nel sito web della neoministra, si trovano “vecchie” proposte «per dare la precedenza agli immigrati nell'accesso al pubblico impiego» (ipse dixit). Battaglie alle quali, giurava e spergiurava, avrebbe dato la priorità assoluta qualora fosse stata eletta in Parlamento. L'elezione c'è stata, ma non solo quella: in un batter d'occhio (o meglio, in 60 giorni) da un semplice scranno da deputato, si è trovata ad occupare quello di ministro. Ma tra deputato e ministro, sia sa, c'è una bella “differenza”.  
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