Lo "shopping" di Facebook e i tagli di Twitter che licenzia l'8% dei lavoratori

15 ottobre 2015, Andrea De Angelis
C'è chi può e chi non può. Ma se l'uno è diventato il social più utilizzato dai personaggi che hanno un ruolo pubblico importante (basti pensare all'account pontifex), l'altro continua a snocciolare numeri invidiabili e, soprattutto, ad allargarsi sul mercato. 

Lo 'shopping' di Facebook e i tagli di Twitter che licenzia l'8% dei lavoratori
La parola intuito nel XXI secolo ha un nome e cognome: Mark Zuckerberg. Facebook ha rivoluzionato la comunicazione, anche se alcuni sono pronti ancora a non ammetterlo. Una cosa, infatti, è decidere di non entrare nella rete (che taluni definiscono "trappola") dei social network, altra è criticarla a prescindere. Siamo alla solita, giusta storia dell'uso e abuso e vale la pena ricordare quando San Giovanni Paolo II, alla domanda su cosa pensasse della globalizzazione, rispose: "Dipende dall'uso che gli uomini ne faranno". Tradotto: lo strumento in sé è valido ed oggettivamente rivoluzionario, sta poi al soggetto (uomo) utilizzarlo in modo sano e coscienzioso. 

Compito non facile, certo. Intanto dopo Facebook sono numerosi i social creatisi e di fama planetaria, su tutti l'uccellino di Twitter, i cui cinguettii sono arrivati fin dentro il Vaticano e la Casa Bianca. Lo stesso Renzi, tanto per restare all'interno dello Stivale, non lo disdegna, anzi. 
Eppure se Facebook sorride e si reinventa, lo stesso non si può dire di Twitter che con il piano di licenziamenti annunciato martedì ha riportato l’attenzione di media e analisti sulle sue difficoltà nel trovare il modo giusto per attirare nuovi iscritti e crearsi un’identità forte e riconoscibile.
Il piano prevede che siano licenziati 336 dipendenti, pari all’8 per cento circa di quelli che lavorano a Twitter, per rimettere ordine in alcune divisioni della società, risparmiare soldi da investire altrove e introdurre quindi nuove funzioni.

Si tratta della prima grande decisione presa dal cofondatore dell’azienda Jack Dorsey, diventato a tutti gli effetti CEO di Twitter appena una settimana fa, dopo avere svolto lo stesso incarico ad interim in seguito alle dimissioni del precedente amministratore delegato Dick Costolo.
Molti analisti hanno commentato negativamente il piano di licenziamenti, definendolo insolito per un’azienda ancora nei suoi primi anni di esistenza e la cui necessità primaria è crescere, espandendosi e realizzando nuovi prodotti. I meno critici ritengono invece incoraggiante l’iniziativa per mettere ordine nell’azienda, dopo mesi complicati in cui non si sapeva bene dove la volessero portare i suoi dirigenti.

C'è chi, però, fa notare che per crescere si deve anche comprare. Lo scorso anno, tanto per citare l'intuito di Zuckerberg, Facebook ha realizzato un'acquisizione che può essere definita epocale per quanto riguarda il settore. 
Comprare Whatsapp per 19 miliardi di dollari è stata una scelta dettata, ovviamente, da un fattore oggettivo: l’incredibile crescita della quale si è reso protagonista il servizio di messaggistica concorrente. Numeri da capogiro che non tendono a rallentare neanche quest'anno. Proprio Facebook, giustificando la sua scelta e lodando al contempo la crescita di Whatsapp, ha spiegato la situazione. Nei primi quattro anni di vita Skype ha avuto 50 milioni di utenti, Facebook 145 milioni. Il triplo dunque, ma meno della metà rispetto a Whatsapp che nello stesso periodo ha raggiunto quota 400 milioni di utenti. Un risultato capace di far impallidire l’andamento di giganti come Twitter, Gmail e lo stesso social network più noto al mondo.


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