Vendere una ripresa che non c’è: i dati (veri)

15 settembre 2015, Luca Lippi
Vendere una ripresa che non c’è: i dati (veri)
Riprendiamo il discorso dall’articolo di ieri per approfondire il discorso relativamente ai segnali messi in campo per una campagna elettorale infinita e soprattutto inutile (ultimi tre governi insediati senza regolari elezioni e il prossimo presumibilmente destinato ad avere stessa sorte, forse un Renzi Bis).

Riassumendo, segnali positivi dai dati sulla produzione industriale non ce ne sono, neanche negativi invero, non ci sono segnali e basta!

E tutti gli altri che hanno preceduto quello dell’aumento della produzione industriale? Tutto fin troppo facile. 

Intanto la Corte dei Conti ha fotografato una situazione che se non fosse drammatica sarebbe addirittura grottesca. La pressione fiscale non diminuisce, 43,5% nel 2014 e non sarà diverso per quest’anno; diversa è solamente la situazione dei servizi che dovrebbero essere erogati a fronte di tanto prelievo, tutti di livello scadente ai limiti dello sconcertante. Nel frattempo la spesa per beni e servizi aumenta, da 128 a 135 miliardi (+3 miliardi per gli enti locali e +7 miliardi per le aziende sanitarie).

La spesa complessiva passa da 821,5 miliardi nel 2012 agli 838,1 dello scorso anno con un aumento in termini assoluti di 16,6 miliardi di euro. I cittadini pagano sempre di più e lo stato prosegue a far cresce il debito pubblico senza una comprensibile contropartita. A proposito, Bankitalia scrive che il debito è diminuito ma per certe “notizie” è d’obbligo un articolo a parte. 

Riguardo la crescita dei contratti di lavoro: la crescita dei contratti a tempo indeterminato non è stata aiutata dal nuovo contratto a tutele crescenti introdotto dalla riforma, quanto dagli sgravi per chi trasforma i contratti precari in stabili. Una misura che costa alla collettività circa due miliardi di euro e che difficilmente potrà essere confermata, per questo motivo, tempi tecnici e tutto tornerà come prima, forse anche peggio vista la china presa.

L’aumento delle vendite è un altro dato che ha fatto brillare gli occhi al governo, numeri che fanno tenerezza (+0,4%) principalmente a favore della grande distribuzione che continua ad aprire punti vendita ovunque sfruttando il precariato cronicizzato. Il dato è talmente positivo e foriero di fiducia che nei primi sei mesi di quest’anno hanno chiuso 35 mila attività commerciali al dettaglio. 

A calcolare un solo addetto per attività, a giugno avevamo 35 mila disoccupati in più!

Riguardo la ripresa dei consumi, senza considerare chi un lavoro non lo ha più, ci sono 5,2 milioni di dipendenti (settore privato più settore pubblico) con stipendi fermi e quindi senza un centesimo da offrire alla ripresa dei consumi (sempre ammesso che li spendano per consumare invece di sistemare i debiti contratti nel frattempo).
Per quanto riguarda le compravendite di immobili, i dati ufficiali a disposizione sono del primo trimestre, queste sono in flessione del 3%, e poiché il mattone è il vero segnale per una ripresa (considerando i prezzi stracciati) quel -3% è assai più preoccupante di quanto riesca a manifestare.

E allora i dati dell’Abi per il primo semestre 2015 riguardo l’erogazione dei mutui? Anche qui ampiamente dibattuto in anticipo dalla “civetta”, se il mercato immobiliare flette è ovvio che tutti questi mutui sono “surroghe” e “consolidamento debiti”. 

Il meccanismo è piuttosto semplice, Draghi ha riempito le banche di liquidità a tassi bassi stimolando la concorrenza bancaria perché con costi della provvista a zero si possono convincere quelli che hanno già posizioni aperte a cambiare istituto. Insomma i mutui surrogati non alimentano credito e tanto meno compravendite. E sono solo una partita di giro.

In conclusione, con tutta la buona volontà possibile, non si riesce proprio a vedere la luce in fondo al tunnel...

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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