Profughi, Angela Merkel "sovverte" il Dna tedesco: Stato distinto da Nazione

15 settembre 2015, intelligo
di Alessandro Corneli

Gridavano: “Germania, Germania”, e non: “Europa, Europa”. 

Profughi, Angela Merkel 'sovverte' il Dna tedesco: Stato distinto da Nazione
L’invocazione dei profughi siriani, iracheni, curdi, afgani, pachistani che percorrevano, a ritroso, la via ferrata Berlino-Bagdad con la variante degli sbarchi nelle isole greche, esprime una percezione della realtà molto diversa da quella che si immaginano a Bruxelles. Per questi migranti, come per quelli che, dalle coste nordafricane, sbarcano in Italia, l’Europa, intesa come Unione Europea, non esiste. Esistono gli Stati dove è giocoforza arrivare o che si devono attraversare, e dove occasionalmente ci si può fermare, ma l’obiettivo è di arrivare in quegli Stati – Germania, Svezia e, possibilmente, Regno Unito – dove si crede non solo che esistano le migliori condizioni per trovare un lavoro ma si è convinti che le cose funzionino meglio. 

Per tutti costoro, l’Europa come Ue non esiste. Non ha quell’identità che, ad esempio, aveva l’America per i migranti europei della seconda metà dell’Ottocento, che non avevano in testa l’Illinois o l’Ohio o la California ma, semplicemente, l’America.
Angela Merkel ha colto al volo il segnale e ha fatto un discorso preciso: la Germania è un grande Paese, forte e ben organizzato, orgoglioso di potere accogliere fino a mezzo milione di migranti all’anno ma a due condizioni: che imparino la lingua tedesca e rispettino le leggi tedesche. Con queste parole, ha rovesciato una tradizione storica e culturale molto tedesca (Hegel) e francese (Renan): lo Stato non è il culmine evolutivo della Nazione, ma è distinto da essa e vive di forza propria, che consiste nella capacità di organizzare la vita di un popolo in un dato ambito territoriale. Beninteso, uno Stato democratico, senza velleità totalitarie, uno Stato multietnico che si veicola attraverso la lingua e la legge e quindi fornisce un’identità solidale e non antagonistica.

Non esistono, infatti, né una lingua europea né una legge europea. La Cancelliera ha esteso il principio che ciascuno faccia i compiti a casa. Per questo, la Germania ha deciso di sospendere temporaneamente il trattato di Schengen e ha chiesto che negli altri Stati dove affluiscono i profughi si creino delle “zone di attesa” per identificarli, affermando inoltre che è dovere di tutti attrezzarsi per fare fronte a questa ondata migratoria. 

Si tratta di un verità semplice: non esiste un territorio-Europa distinto e separato dai territori dei singoli Stati. L’immigrato o profugo che si ferma a Roma o a Stoccolma o a Berlino si immerge in tre realtà diverse, non si immerge genericamente in una realtà europea.  E questo non cambia se verrà creato un corpo di guardie di frontiera  unificato, con la stessa divisa. Il massimo che l’Ue può fare, come di fatto intende fare, è di stabilire delle “quote” minacciando al solito sanzioni, ma scontenterà tutti, e soprattutto i migranti perché se c’è una possibilità di vera integrazione, e non di ghettizzazione e organizzazione di campi profughi, questa risiede nella diversa capacità dei territori di assorbire i nuovi venuti. Negli Stati meglio organizzati, i migranti si integreranno e diventeranno cittadini che non vorranno più tornare nelle terre d’origine; in quelli peggio organizzati, contribuiranno a peggiorare la situazione. Quindi conterà poco ottenere una quota ridotta e chi dice che l’Europa deve risolvere il problema, in pratica nasconde il timore di non essere in grado di fare la propria parte e bussa solo a quattrini. 

Di fronte a ciò che sta accadendo in Medio Oriente e in molti Paesi africani, la distinzione tra richiedenti asilo per motivi politico-militari e migranti che cercano un luogo pacifico dove lavorare e vivere (i cosiddetti migranti economici) ha poco significato: è un freno momentaneo. A lungo andare, i profughi per causa politica e/o militare si trasformano in immigrati economici, cioè si inseriscono nella vita economica del Paese di destinazione. È a questo obiettivo che si deve guardare. Lo stesso che ha spinto Angela Merkel a guardare all’evoluzione demografica ed economica della Germania entro il 2030 e il 2050 per fare sopravvivere e prosperare una popolazione crescente di vecchi e nuovi tedeschi, senza resuscitare il nazionalismo etnico, ma confermando il ruolo di quel potere organizzativo che si esprime nello Stato.

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