Il vizietto di Galli della Loggia e la destra che non c'è

15 settembre 2015, Fabio Torriero
Ci risiamo. Ogni tanto Ernesto Galli della Loggia dalle colonne del Corriere della Sera torna su un argomento a lui caro: la destra che non c’è, la destra che l’Italia non ha (e non ha mai avuto).

Il vizietto di Galli della Loggia e la destra che non c'è
Chiariamoci: le analisi del politologo sono per la gran parte puntualissime; ma la costruzione valoriale e tematica “della destra che verrà” rappresenta unicamente la riedizione dall’alto, la sterile e noiosa reiterazione dello “schema anglosassone”, che si vorrebbe imporre anche alla società italiana: laburisti a sinistra, liberali a destra.

Ma partiamo dall’inizio. Galli della Loggia sostiene che il berlusconismo ha agito sulla destra italica (post-missina) come una droga. Surrogando le sue ataviche lacune (la mancanza di riflessione culturale e di elaborazione politica), con un sogno: il suo. Il sogno di Arcore. Svanito il quale (si legga tramonto di Silvio), adesso di sogno c’è ne è un altro e viene dalla pancia del Paese. Il sogno di Salvini che, aggiungo io, occupando una prateria vuota, incarna purtroppo la macchiettizzazione, la banalizzazione, dei valori tradizionali della destra. Per tutti, l’esempio relativo all’immigrazione: l’identitarismo scambiato per egoismo.
 
Inoltre, Galli rimprovera ai “conservatori italiani” di trincerarsi dietro un conservatorismo inutile, nullista, negativo, limitato ad uno stato d’animo disfattista, improduttivo. Insomma, gli italiani sono dei conservatori sbagliati che oscillano tra il Cavaliere (l’eterno ricorso al Salvatore-duce) e il dna democristiano.

Giustissimo, ma dove l’opinionista del Corriere sbaglia è nella declinazione del possibile conservatorismo da ripensare e rilanciare. La sua operazione culturale è astratta e ideologicamente ambigua.
Recupera le migliori idee della destra, per poi inverarle, miscelarle, nel liberalismo (“il moderno conservatorismo è liberale”); ignorando che gran parte di quelle idee, da lui enunciate, sono proprio agli antipodi del liberalismo. 
Galli parla (e non è la prima volta) di anticonformismo, di modello civico da combattere, secondo cui ogni desiderio diventa regola, legge, diritto. Parla di attenzione alla tradizione, di rivalutazione del pubblico, dello Stato, della sua autorità e sovranità.

Tutti valori che certo liberalismo in salsa italica e anglosassone, ha demolito, prima culturalmente poi politicamente.

Si pensi all’idea di libertà individuale intesa come un idolo, come una religione. Si pensi al mito della società di mercato (globale) che ha rescisso, tagliato, distrutto ogni legame identitario (sociale, religioso, culturale, storico, familiare), mutando i cittadini in meri consumatori-schiavi dell’economia e del suo governo mondiale. Stravolgendo la stessa idea di libertà liberale (Marx e Adam Smith si sono incontrati, fin dal Sessantotto, sulla strada di Marcuse), che si è ben presto tramutata in libertà-libertaria, in soggettivismo estremo, nell’attuale società delle pulsioni dell’io, in quella società radicale di massa che Renzi sta edificando a colpi di leggi e di riforme. 

Galli della Loggia l’ha capito? Galli della Loggia dovrebbe saperlo. La secolarizzazione, il materialismo, il nichilismo odierni (l’io sul noi), hanno origini filosofiche ben precise. Come si fa a contestarne gli effetti (i desideri che diventano diritti) senza risalire alle cause?

E ancora: si pensi all’idea di Stato da combattere, di Stato sociale come fonte di ogni parassitismo, assistenzialismo e logiche corporative, nel nome e nel segno di uno Stato al minimo, di uno Stato-vigile urbano che fa passare tutto e il contrario di tutto: che legittima il principio di morte (aborto, eutanasia), neutrale sui temi etici, perfettamente a suo agio nei nuovi panni di Stato-spacciatore di cannabis e di nicotina. Non è stata la scure liberale (insieme al buonismo cattolico) a creare il terreno culturale di questo garantismo a 360 gradi? E non ci si aggrappi al fatto che l’Italia finora è stata troppo poco liberale. Gli “ismi” sono tutti morti.

Infine, un’ultima annotazione: noi italiani siamo figli di un’altra storia. Lo schema anglosassone (liberali a destra, laburisti a sinistra), ogni qualvolta è stato al centro di programmi politici e governativi dei partiti, si è rivelato un fallimento. Noi siamo figli di un’altra storia: della destra storica, liberale in politica, non liberista in economia; della dottrina sociale della Chiesa, del Welfare di Mussolini.
Solo su tali valori si può tentare di varare un partito conservatore di massa. E schiodare gli italiani dal loro torpore geneticamente dc.

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