Di Canio, Abbate: "Succederebbe anche con il Che. Ma anch'io ho il Duce sul portachiavi"

15 settembre 2016 ore 15:21, Adriano Scianca
Per lo scrittore Fulvio Abbate, la vicenda di Paolo Di Canio non ha nulla a che fare con una qualche pregiudiziale politica: "E' una questione di policy aziendale. L'azienda, quando ti paga, compra anche la tua sobrietà". Ma, parlando con IntelligoNews, ammette: "Da noi i conti con il fascismo non sono mai stati fatti".

Abbate, che ne pensa della vicenda Di Canio? 

«Secondo me è una questione di policy aziendale». 

In che senso? 

Di Canio, Abbate: 'Succederebbe anche con il Che. Ma anch'io ho il Duce sul portachiavi'
«Che Di Canio sia un appassionato di Mussolini e che ritenga il fascismo la ricetta perfetta per la convivenza umana è cosa nota. Ha anche un tatuaggio simile sulla schiena, peraltro. Il suo errore è stato credere che certe leggi aziendali non valgano. E invece valgono eccome. In certi luoghi non ti assumono neanche, se hai dei tatuaggi, fosse anche il tatuaggio di Madre Teresa. L'azienda, quando ti paga, compra anche la tua sobrietà». 

Tutto qui? Non è una polemica che ha anche una dimensione politica? 

«Ma no, credo che se fosse stato un tatuaggio di Che Guevara sarebbe stato lo stesso. Ovviamente i simboli fascisti negli altri paesi non sono ammissibili, penso per esempio alla Germania. Ma da noi abbiamo anche il vino di Mussolini...».

In Italia, in effetti, la damnatio memoriae rispetto ai simboli del fascismo non è mai stata troppo radicale. Forse qualcuno si dovrebbe rassegnare al fatto che gli italiani non sono troppo talebani sull'argomento... 

«La cosa fa scandalo perché siamo nella comunità internazionale, dove certe cose non sono ammesse. In ogni caso anche io ho un portachiavi con la faccia di Mussolini. Io ovviamente ce l'ho per puro collezionismo storico. Comunque è vero che da noi i conti con il fascismo non sono mai stati fatti. E mentre dopo la guerra gli italiani erano ancora odiati nei paesi dell'ex Iugoslavia, in Emilia Romagna, che pure ha avuto Marzabotto, non c'è mai stata ostilità verso i tedeschi, che se ne sono andati nel '45 con i carri armati e sono ritornati nel '46 con la macchina e con l'ombrellone».

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