Quirinarie farsa: il flop della democrazia grillina passa per la Gabanelli

16 aprile 2013 ore 13:21, intelligo
Quirinarie farsa: il flop della democrazia grillina passa per la Gabanelli
di Abbaia Khan
Alla fine i grillini hanno celebrato   le loro "Quirinarie" , ma si è trattato di una farsa. Perché la "nomination" di Milena Gabanelli è poco più di una provocazione. Perché la stessa giornalista difficilmente prenderà sul serio la sua "investitura". Perché non si sa nemmeno (al momento) con quanti voti Milena  ha battuto quel grande uomo di Stato  che risponde al nome di Gino Strada. Perché è lecito immaginare  trattative sottobanco per dirottare una parte dei voti grillini su Prodi  nell'eventualità che il dialogo tra Bersani e Berlusconi si interrompa. Ma i grillini sono contenti lo stesso. Contenti e... Gabanelli. La vicenda delle  "Quirinarie"  M5S  rimarrà probabilmente alla  storia come una delle pagine più grottesche di questa bizzarra (e drammatica) stagione politica italiana.  Annullate  sabato e ripetute lunedì, hanno inutilmente conquistato le aperture della pagine politiche per due giorni. E domani conquisteranno probabilmente anche un titolo in prima. Ma al di là della farsa e delle gustose notazioni di costume, il dato più interessante   è che il flop delle "Quirinarie" rappresenta il sintomo vistoso  di un possibile e  prossimo declino del movimento grillino, che peraltro, stando ai sondaggi di Mannheimer,  avrebbe imboccato la via per la discesa, al ritmo di un punto in percentuale in meno di consensi a settimana. Nell'auspicio che l'autorevole sondaggista abbia colto nel segno ( una volta tanto, per il bene della Patria, è lecito "gufare"), c'è da spiegare perché il fallimento delle  consultazioni in Rete per la scelta  del candidato presidente può avere  per i grillini un effetto  devastante. E può averlo -vale la pena precisarlo- ancor più della grave caduta di immagine del M5S causata dall'improntitudine dei suoi esponenti di punta, a partire dalla coppia Roberta Lombardi-Vito Crimi, che sono ormai diventati la gioia dei corsivisti , degli umoristi  e di tutte le perfide linguacce della carta stampata e del web. Il motivo è semplice: il flop delle "Quirinarie" dimostra che la democrazia 2.0 è una bufala, almeno nelle forme in cui viene propagandata, esaltata e predicata da Casaleggio e dai suoi discepoli, per i quali la democrazia diretta è certo bella, ma se poi è eterodiretta, risulta, ai loro occhi,  ancor più bella. Cosicché, più che di "Quirinarie", dovremmo parlare di "Equinarie" (nel senso di un modello  di consultazione adatta agli equini e, nella fattispecie, agli asini). A scanso di equivoci, Abbaia Khan ci tiene a precise di non essere un passatista, ritenendo  che blog e social media rappresentino una notevole  risorsa per la politica, grazie alla loro capacità di moltiplicare i luoghi di dibattito e di confronto. E, in tal senso, sbagliano sicuramente quei politici che hanno finora utilizzato twitter o facebook solo per "comunicare", e non anche (direi soprattutto)  per "dialogare" con i propri sostenitori o con chicchessia. Le virtù della democrazia elettronica consistono soprattutto nel suo essere democrazia dell'"ascolto" e del "dialogo" , non già nel suo essere ipotetica "democrazia diretta".  La democrazia 2.0, nei suoi effetti immediati,  può essere al massimo "democrazia deliberativa", cioè democrazia volta ad affrontare un problema specifico e in riferimento a una comunità limitata, per interessi o territorio. Grillo e Casaleggio l'hanno invece trasformata in un nuovo paradigma ideologico, capace di "spazzare via" (è l'espressione più ricorrente nel lessico grillino) tutta la "vecchia" politica nella prospettiva di una fantomatica rigenerazione civile. Al dunque, l'apertura di crepe nel (fino ad oggi) compatto e vincente paradigma  grillino (crepe dovute soprattutto al crescente sospetto di manipolazioni e alla opacità delle procedure di raccolta del consenso) rappresentano un fatto in prospettiva rovinoso. E lo rappresentano proprio perché il mito della democrazia diretta via internet  costituisce   il fatto fondativo e originario della  cosmogonia M5S. Poi, ragionando in termini di bassa cucina elettorale, si può sempre  affermare che il trend in discesa dei grillini  dipenda dalla crescente percezione di stallo politico-istituzionale che  l'abnorme consenso  elettorale al  M5S ha notevolmente contribuito a creare (al netto, naturalmente, delle perniciose lacerazioni del Pd e della perigliosa leadership di Bersani). Ma l'insostenibile arroganza del fondamentalismo digitale grillino è comunque destinata a rivelarsi per quello che è: una favola ideologica elaborata da un gruppo di avventurieri, che hanno preteso di occupare l'odierno  e drammatico vuoto di cultura politica   fondando la "dittatura dell'algoritmo":  questa  felice definizione è copyright di Stefano Rodotà, uno che, sia detto per inciso,  risulta un "quirinabile" gradito ai grillini. Ma il professor Rodotà sprecherebbe sicuramente il suo tempo se tentasse di spiegare le sue tesi a gente  come  Roberta Lombardi o  Vito Crimi. A costoro spetterà al massimo il compito di vigilare affinché il nome di Milena Gabanelli venga  poi  trascritto in modo corretto dai grandi elettori del M5S sulla fatidica scheda della democrazia 1.0. La vera democrazia conta infatti  le schede di carta. E non i pareri elettronici registrati (ma non divulgati) dal server. .      
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