Telecom Italia e Tim Brasil, cosa cambia dopo l'assemblea del gruppo?

16 dicembre 2015 ore 14:37, Luca Lippi
Telecom Italia e Tim Brasil, cosa cambia dopo l'assemblea del gruppo?
Telecom Italia non è riuscita a fare fronte alla scalata di Vivendi e Neil e quindi ora la situazione per Recchi si sta intorbidendo, la bocciatura della conversione delle risparmio e l'allargamento del Cda a 17 membri per far spazio a quattro rappresentanti del colosso francese dei media, primo azionista di Telecom con una quota pari a circa il 20%, indebolisce la posizione dell’Amministratore delegato di Telecom Italia nei confronti del resto del Cda. L'esito dell'assemblea è un campanello di allarme perché riporta Telecom Italia in una situazione dove un azionista con una quota di minoranza, per finalità di controllo, assume decisioni che non sono positive per l'azienda. Questo ovviamente non influisce sul fatto che i conti del gruppo siano in costante miglioramento, e questo è il motivo da cui si intravede freddezza in Borsa sul titolo, infatti si muove sulla sostanziale parità anche se è in evidente posizione di osservato speciale (si deduce dai volumi). Dopo l’esito dell’assemblea degli azionisti, dunque, si deve ristabilire l’unità di intenti fra tutti gli azionisti di maggioranza e quindi non più una guida a senso unico auspicata da Recchi. Ora c’è l’approvazione delle linee guida del piano industriale che alla luce della nuova compagine decisionale bisognerà scoprire se rimane come programmato da Giuseppe Recchi oppure subirà variazioni. Ora a decidere oltre Recchi c’è Arnaud de Puyfontaine, Stéphane Roussel, Hervé Philippe (questi di Vivendi) e Felicitè Herzog che è indipendente. A questo punto però bisogna individuare quali sono le intenzioni reali di Vivendi che, pur avendo tranquillizzato l’assemblea degli azionisti dichiarandosi non destabilizzante per la linea operativa del gruppo “siamo qui per restare…siamo investitori industriali e non solo finanziari” ha detto Puyfontaine, le parole non chiariscono se la linea strategica di Vivendi è in linea con quella di Telecom Italia.

Una delle poche cose certe, o che si possono individuare superficialmente, è che Vivendi vorrebbe spingere la fusione di Tim Brasil con Oi e aumentare la liquidità di Telecom allo scopo di velocizzare e sviluppare i progetti del mercato interno (che nella fattispecie è quello europeo).Tim Brasil per l’amministratore delegato di Telecom Italia "rimane per noi core business in quanto è un mercato grande, giovane e che in tempi ragionevoli tornerà a crescere", ma non sono dello stesso avviso i nuovi soci con potere di Vivendi. Cambia poco per Telecom Italia se non si intravedesse un contrasto che va oltre la questione puramente finanziaria, fra Telecom Italia e Vivendi. La fusione di Tim Brasil con Oi sembra più una questione politica, una contesa che aspetta solamente “la stura” di liberare capitale da mettere su un piatto pronto ad essere conteso fra Russia e Stati uniti. 
Spieghiamo meglio: Tim Brasil (controllata di Telecom Italia) e Oi, cioè l’ultima delle compagnie telefoniche carioca (e anche la più piccola per dimensioni) sono sotto i riflettori per la loro fusione sia di Cerberus Capital Management (fondo americano) sia da Letter One, fondo russo di proprietà di Mikhail Fridman. Cerberus entrerebbe come terzo incomodo dopo che lo scorso 26 ottobre è arrivata l’offerta per promuovere la fusione tra Tim Brasil e Oi da parte della Letter One di Mikhail Maratovic Fridman con un contributo di 4 miliardi di dollari. Mikhail Maratovic Fridman, magnate delle telecomunicazioni, è oligarca tra i più amati dal Cremlino, la cui ascesa cominciò alla fine degli anni 80 all’ombra di Vladimir Putin, dopo essere arrivato a Mosca come giovanissimo studente ebreo venuto da Leopoli. Al contrario, Cerberus è uno dei gruppi finanziari americani più vicini al governo: fin dai tempi di George Bush, Cerberus era assai vicino alla Casa Bianca, tanto che John William Snow, ex-segretario del Tesoro proprio sotto l’amministrazione Bush, è diventato presidente di Cerberus qualche anno dopo. In sostanza se Telecom svincola la sua quota azionaria farebbe uno sgarbo alla Russia, o forse agli Stati Uniti costringendoli a un’asta al rialzo per il controllo economico di un’area geografica più che un vero e proprio affare, e allora la questione non è solo finanziaria e sarebbe interessante capire quali sarebbero le mire di Telecom e di Vivendi nel promuovere la cessione (Vivendi) o consolidare la partecipazione (Telecom Italia) sullo scacchiere puramente politico.

Nei fatti però, la vocazione puramente europea di Telecom Italia, concentrandosi esclusivamente sul mercato interno (questo vuole Vivendi) scoprirebbe il fianco a una scalata di Orange e Deutsche Telekom che vorrebbero da tempo integrare sia Telecom Italia sia Britisch Telecom ex monopolisti senza la presenza dello Stato nel capitale. Le autorità antitrust nazionali ed europee tuttavia, sembrano prediligere la via del consolidamento paneuropeo piuttosto che quella nazionale, così da creare colossi in grado di rivaleggiare con gli OTT americani. Contestualmente con la cessione di Telecom Brasil, potrebbe farsi conveniente la fusione fra Orange e Bouygues Telecom, in questo modo Martin Bouygues e Vincent Bollorè (presidente di Vivendi)  potrebbero trovarsi entrambi nel capitale di Orange, che in pancia avrebbe anche Telecom Italia.

autore / Luca Lippi
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