Perchè il Bail-In fa paura ai piccoli e medi risparmiatori

16 febbraio 2016 ore 15:05, Luca Lippi
Si torna, e non sarà l'ultima volta, sulla questione del Bail-in, ovvero sulla misura che vieta ai governi di concedere aiuti di stato agli istituti di credito. Ovviamente per esclusione, a pagare saranno i risparmiatori! 
Proviamo a recuperare il discorso generale per smorzare alcuni facili entusiasmi dopo le rilevazioni della ultime ore circa una presunta volontà di fare marcia indietro sul Bail in.
Nella sostanza la questione che viene sollevata non è affatto la bontà del Bail-in, che nella sua crudezza è comunque una condizione necessaria e sufficiente per uscire definitivamente dal vincolo di circostanza secondo il quale le banche non possono fallire mai e quindi possono concedersi una gestione imprenditoriale anche allegra tanto paga Pantalone. 
Il Bail-in ha la sua logica e deve essere applicato, poi però deve esserci la contemplazione di tempi tecnici di assunzione della medicina da parte dei risparmiatori che ormai sono "drogati" di malcostume tanto quanto le banche lo sono nella conduzione allegra (da parte di alcune) del core business.

Perchè il Bail-In fa paura ai piccoli e medi risparmiatori
Andando con ordine, la Banca è una società per azioni come lo sono tutte le altre società per azioni, e se è logico che un'azienda può fallire, è altrettanto logico che possa fallire anche una banca. Poi c'è il discorso che lo stato, in presenza di realtà aziendali particolarmente importanti per il contesto nazionale, oppure locale, e in ogni caso in riguardo ai danni sociali dovuti alle dimensioni dell'azienda stessa (numero di disoccupati, o bacino lavorativo centrale del territorio) possa erogare aiuti poichè può essere il danno minore per limitare un danno maggiore, ovviamente diventando azionista dell'azienda salvata. 
Questo però non significa che gli azionisti o gli obbligazionisti o in generale tutti coloro che a diverso titolo partecipano alle sorti dell'azienda non rimangano coinvolti nel dissesto!
Quello che sta accadendo ora col Bail-in è esattamente questo, la tutela di un equilibrio di sistema che non è minato per la crisi del sistema, ma è minato dalla preoccupazione dei risparmiatori che improvvisamente si trovano "coinvolti" nelle sorti del proprio istituto di credito mentre erano convinti che bastasse vincolare il proprio denaro per riprenderselo a scadenza con degli interessi. La banca è una società come un'altra e vende dei servizi, chi investe in una banca a diverso titolo, rischia né più né meno come se investisse i propri denari in una società non bancaria.
Mario Draghi, diversamente da quello che intende il M5S, non ha mai detto che il Bail in sia un errore, piuttosto afferma il contrario esattamente quando ricorda all'uditorio che due anni fa a firmare la legge c'erano rappresentanti di Bankitalia e del governo come c'erano omologhi degli altri paesi dell'Eurozona. 
Mario Draghi afferma che c'è bisogno di un eventuale rinvio dell'applicazione, oppure dell'applicazione del Bail In a tutti a partire dalle scelte fatte dal 1 gennaio 2016 lasciando fuori i risparmiatori (non speculatori) che hanno sottoscritto prima della data suddetta.

Il problema che ha fatto sollevare la questione, deriva dal fatto che sta creandosi un esodo di piccoli e medi risparmiatori dagli istituti che presumibilmente sono a rischio (fino a ieri il risparmiatore non era in grado di comprendere dove stava investendo i propri risparmi, oggi sarebbe in grado di individuare lo stato di insolvenza presumibile del proprio istituto di credito?). 
Allora le eccezioni che si possono sollevare al Bail-in sono solamente due e l'una conseguente all'altra, spostare l'entrata in vigore del Bail-in al prossimo anno ed utilizzare tutto il periodo per "addestrare" adeguatamente i risparmiatori al cambiamento che poi cambiamento non è, è solamente l'applicazione di una regola non scritta dannosissima sia per le banche che per i risparmiatori.
 
autore / Luca Lippi
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