Viaggio nelle Terre dei Forconi: ora che li ho conosciuti...

16 gennaio 2014, intelligo
Viaggio nelle Terre dei Forconi: ora che li ho conosciuti...
di Gianfranco Librandi. Sono stato nelle Terre dei Forconi. Nel Nord Est, dove l’incendio della rivolta che, prima di Natale, tanto preoccupò il, più o meno fantomatici, Palazzi Romani del potere, è tutt’altro che spento…anzi, si è moltiplicato in una miriade di fuochi, una moltitudine di piazze, crocevia stradali, snodi autostradali dove la rabbia cova e monta. E poco importa che il tentativo di manifestazione generale a Roma, in Dicembre, sia miseramente abortito. I, cosiddetti, Forconi non sono gente da manifestazioni di massa organizzate ed amplificate dai Media; non hanno alle spalle strutture sindacali o partitiche che pianifichino le “marce” e le sostengano finanziariamente, visto che treni speciali e autobus costano. Per altro, ai Forconi non si confà l’allontanarsi dal loro territorio, dalla loro tana, dalla loro gente. E da Roma, intesa come centri di potere, non si aspettano più nulla, non vogliono attenere prebende, né tantomeno incidere sulle alchimie del Governo e della vita parlamentare. Per loro venire a Roma era semplicemente inutile, a meno di non venirvi per rovesciare tutto, per darsi al Sacco, come i Lanzi di Carlo V…solo che non sono No Global o No Tav vezzeggiati dalla cosiddetta intellighenzia radical-chic e persino protetti da alcuni ambienti giudiziari. Sono brava gente, gente che ha sempre lavorato e prodotto e che, soprattutto, vorrebbe poter continuare a lavorare. Punto e basta. Così a Roma, quella volta, sono venuti solo quattro gatti. Tre/quattromila per lo più provenienti da Latina e dall’Agro Pontino, che poi per storia e struttura economica è un po’ il “nord est” del Lazio. E questo ha d’improvviso dato a tanti una sensazione di sollievo. Insomma l’elefante aveva partorito un topolino, e si poteva tirare un sospiro di sollievo. Nulla di più sbagliato. Basterebbe che tanti politici, ed anche tanti Soloni politologici, si facessero un giro dove sono stato io poco dopo Capodanno per rendersene conto. Nel Veneto, in Friuli, ma anche nella provincia lombarda e in quella piemontese, in Emilia e giù, sino in Sicilia. Dovunque i Forconi sono ancora lì, infreddoliti dall’inverno, che si scaldano ai fuochi accesi ai crocicchi e, forse ancor di più, a quelli di una rabbia che monta di ora in ora. Li ho visti, i Forconi, esporre decine di lugubre epigrafi che ricordano i tanti che si sono suicidati per disperazione, oltre 120 solo nel 2013, operai restati disoccupati,  imprenditori nella morsa fra Equitalia e le Banche, giovani senza lavoro e senza più speranze. Li ho visti continuare i loro silenziosi presidi stradali, senza fermare il traffico, per carità, ché sono gente educata. Rallentandolo, però, per far sentire le loro voci. E il fatto incredibile è che gli automobilisti costretti alle code non protestano, non si imbufaliscono, non suonano irosi il traffico, con l’eccezione ovviamente, di qualche…”estraneo”. Per lo più aspettano con pazienza, vanno a passo d’uomo, talvolta abbassano il finestrino e scambiano due parola. Qualcuno lasciava giù un Panettone o una bottiglia di prosecco, che a quelle latitudini è sempre cosa gradita. Non si tratta di colore o, peggio, di leggende metropolitane, bensì del segno che la vera forza di questi Forconi non è data da quanti scendono in piazza, ma dal radicamento sul territorio. Dal legame con la loro gente, che li comprende e ne condivide angoscia e rabbia. Quelli che compaiono, che alzano la voce, sono una minoranza, certo. Ma è solo la punta dell’Iceberg; sommersa resta la furia che cova in tutto un popolo, o meglio nei tanti “popoli” che compongono il variegato, e straordinario, mosaico italiano, la nostra comune Nazione. E che sono poi le genti che hanno retto il sistema Italia in questi anni, che hanno trainato l’economia nonostante gli ostacoli burocratici e le inanità dei politici. Questo mentre i cosiddetti Grandi Borghesi, i Privilegiati, i Marchionne, gli Elkann/Agnelli solo per fare un paio di nomi, godevano e continuano a godere di incredibili favoritismi. Facevano, e fanno pagare i loro errori e fallimenti allo Stato Italiano – pensate allo scandalo della Cassa Integrazione – e intanto portavano indisturbati capitali ed investimenti all’estero. E oggi si preparano ad abbandonare la nave che affonda e che in buona misura hanno contribuito ad affondare, per spostare la ragione sociale magari a Detroit, e pagare le tasse in Svizzera od Olanda. I Forconi questo non lo possono fare, né mai loro fatto. Loro sono innervati sul territorio, ne sono parte. Possono vivere, o morire solo qui. Certo non hanno peso politico in Parlamento; i partiti gli hanno tutti delusi: la Lega, Berlusconi, ora anche i Grillini precipitati in astruserie sinistrorse ed in alchimie di potere. Ed è vero che non hanno leader politici, i Forconi. Al massimo qualche voce che si alza più alta delle altre, qualcuno che viene spinto avanti dai compagni perché un po’ spigliato davanti alle telecamere. Perché sa parlare meglio l’italiano. Ricordano, in versione pacifica naturalmente, le ormai antiche rivolte di Vandea, quando i ribelli, paesani, artigiani e contadini, sceglievano ed eleggevano sul campo, a furor di popolo, i loro comandati. Che per lo più non ambivano ad essere tali. La vandea, è vero, fu alla fine domata, la rivolta repressa nel sangue. Ma segnò il destino della Repubblica Francese, affogata nella corruzione del Direttorio. E, senza volerlo, spianò la strada al più classico “uomo forte”, al Bonaparte. La storia non si ripete uguale, per carità. Ma qualcosa dovrebbe comunque insegnarci. E farci riflettere…
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