Padre Elia Giacobbe: "Il miracolo è un segno che anticipa la vita celeste"

16 giugno 2016 ore 14:51, intelligo
di Padre Elia Giacobbe 

Il miracolo per la Sacra Scrittura è una manifestazione di Dio, un segno efficace della sua grazia salvifica. I termini che nel V.T. designano i miracoli superano la semplice nozione di azione prodigiosa e sono detti “segni” - in ebraico ôtot e in greco semèia (Es 10,1) - e “segni e prodigi” - in ebraico môftim e in greco térata (Dt 7,19), per indicare già nel nome la dimensione di segno e di simbolo a cui ogni prodigio religioso rimanda. In realtà, l’A.T. ricorre a tre termini per indicare lo stesso evento: tératon che indica il prodigio non tanto nella sua dimensione di evento straordinario e clamoroso, quanto come intervento che rivela l’agire di Jahvè; tháumasion che espri¬me maggiormente lo stimolo allo stupore e parádoxon che accentua la dimensione della meraviglia per la novità di un evento incredibile . Il NT preferisce la terminologia di seméion e érgon, per indicare le opere che rivelano la potenza (dýnamis) del Figlio di Dio nell’instaurare il suo Regno (Marco), nel mostrare la miseri¬cordia di Dio verso gli afflitti e i malati (Matteo), nel rivelare Gesù come il liberatore del suo popolo (Luca) e nel rivelare la sua gloria che sfolgora sul trono regale della Croce (Giovanni).  

Padre Elia Giacobbe: 'Il miracolo è un segno che anticipa la vita celeste'
Ciò che colpisce nei Vangeli è la sobrietà con cui i quattro evangelisti, diversi per indole e stile, raccontano i miracoli compiuti da Cristo. Operandoli, Gesù non si rivolge al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe
come Mosè né dubita come lui («Mosè rispose: “Ecco, non mi crederanno, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!”. Il Signore gli disse: “Questo perché credano che ti è apparso il Signore, il Dio dei loro padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Introduci la mano nel seno!”. Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. Egli disse: “Rimetti la mano nel seno!”. Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco era tornata come il resto della sua carne”, cf. Es. 4,1.5-7), ma si rivolge Jahvè chiamandolo Abbà, papà mio. Più dei miracoli è l’intimità che Gesù ha con il Padre a rivelare la sua natura e il suo mistero. Gesù sa di ottenere tutto dal Padre al quale lo lega un Amore eterno. Quando, infatti, risuscita Lazzaro, dopo avere fatto una preziosissima catechesi sulla divinità della sua Persona e le esigenze decisive della fede in lui («Gesù disse a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”»), alza gli occhi e dice: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (Gv 11,25-27.41s). 

Tra i segni, il miracolo si caratterizza per la sua efficacia e il suo carattere straordinario, che mostra l’agire potente di Cristo, Dio fatto Uomo, che solo è in grado di sospendere le leggi ferree che regolano la vita del cosmo e dell’uomo. Gesù opera miracoli non per costringere l’uomo a credere in Lui, ma per aiutarlo a riconoscere la sua missione di Redentore e per mostrargli che Egli, con il Padre e lo Spirito Santo, è un solo Dio. Il solo che agisce nella storia liberamente, instancabilmente e nel silenzio di tutti gli altri dei, che sono idoli. Il miracolo è così un segno che anticipa la vita celeste, dove il male, la miseria, la bruttezza, la sofferenza, la malattia e la morte non saranno più presenti, e la prova che Cristo ha instaurato il Regno di Dio in questo mondo. 

La funzione principale dei miracoli nella vita di Gesù e nel N. T. è quella di suscitare la fede in Lui, Dio Salvatore fatto carne. Lo coglie molto bene Vittorio Messori spiegando l’assoluta singolarità della nostra religione: «Cristianesimo è un termine impreciso ed equivoco che fa pensare ad un “ismo”, ad un’ideologia. Al contrario esso non è un’idea, ma una Persona; non una teoria, ma la vita, i miracoli, la morte e la resurrezione di un uomo nel quale la fede scorge Dio stesso; non una sapienza né una filosofia, ma una storia di salvezza; non un “libro”, ma una vita nuova». 

Al contrario di quella degli altri fondatori di religioni, la vita di Gesù è costellata di miracoli, anzi è essa stessa un miracolo: nascita, esorcismi, guarigioni, risurrezioni, trasformazione dell’acqua in vino a Cana, pesca miracolosa, moltiplicazione dei pani e di pesci, camminare sulle acque… Gli esorcismi sono gli interventi più numerosi fatti da Gesù e spiegano meglio il senso della sua venuta, la sua strenua lotta e la sua vittoria. Eppure, paradossalmente, la negazione del miracolo e della sua funzione è avvenuta all’interno di certa teologia cristiana che ha affermato con cecità e ha insegnato con boria che «Le leggi scientifiche che reggono l’universo non possono essere contraddette da qualche impossibile prodigio». E lo ha fatto in ossequio alla scienza che, invece, per bocca dei suoi rappresentanti più illustri, veri luminari, riconosce i miracoli che Cristo e la sua ss. Madre non cessano di operare “per noi uomini e per la nostra salvezza». In un delirio di servilismo mondano, certa teologia ha pensato di poter dettare leggi all’Altissimo, per evitarsi l’incomodo di doverlo annunciare anche con la propria vita. Nei loro vaneggiamenti di uomini dalla fede “adulta” (Prodi è un loro emulo), certi teologi non si sono accorti di aver ridotto l’Onnipotente al rango di un povero Zeus che, schiavo delle immutabili leggi del cosmo, piange la sua impotenza contro la forza del Destino.

Eusebio di Cesarea è il principale storico del cristianesimo primitivo e l’autore nel IV sec. di un’opera illustre, la “Storia ecclesiastica”, che ha scritto attingendo ai documenti originari ancora in gran parte esistenti. Questo vescovo ci presenta la figura del primo e più antico degli apologisti di cui abbiamo notizia, san Kodràtos, il quale indirizza all’imperatore Elio Adriano (117-138), succeduto a Traiano, uno scritto in difesa della nostra religione, perché i cristiani non fossero più maltrattati da gente malevola. Eusebio ci ha consegnato il nerbo del suo discorso: «Le opere del nostro Salvatore erano di continuo riscontrabili perché vere. Coloro infatti che Egli guarì, e coloro che risuscitò da morte, non furono visti soltanto quando furono guariti e risuscitati, ma erano continuamente presenti, non soltanto mentre il Salvatore viveva quaggiù, ma anche dopo la sua dipartita, per un tempo notevole, tanto che alcuni di loro giunsero sino ai tempi nostri» . Per non banalizzare il sangue di Cristo, è doveroso ricordare lo stretto legame che corre tra fede e miracoli. A Nazareth Gesù redarguì severamente i suoi compaesani che s’illudevano di conoscerlo: «“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì» (Mc 6,4-6). «Queste parole - spiega Origene, commentando il testo parallelo di Matteo - ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti […], mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo».

I miracoli, che come pietre magnifiche e preziose d’inestimabile valore tempestano la storia della Chiesa Cattolica, hanno solo la funzione di «segno», di anticipo della realtà futura. La salute vera è legata alla salvezza eterna, che Gesù ha preparato per i suoi fedeli. Egli, che pure suscita speranza e consolazione, non libera il mondo dal dolore né i miracolati dalle malattie future e dalla morte. Ciò che Egli promette a quanti credono in Lui è la definitiva guarigione del nostro corpo nel giorno in cui lo farà risorgere glorioso a vita eterna. «I medici non ti guariranno, perché tu infine morirai – dice Gesù a Pascal, nel frammento noto come Le mistère de Jésus –. Ma io faccio davvero guarire, perché rendo il corpo immortale. Soffri, adesso, le catene e le schiavitù del corpo. Per ora io ti libero solo da quelle dello spirito».

Ma questa nostra dimostrazione sarebbe ingiusta e lacunosa se non considerasse i miracoli unici e clamorosi avvenuti dopo la morte e Risurrezione del nostro Redentore a riprova della sua divinità.
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