Alfredo Covelli: la sua grande Destra incompiuta

16 maggio 2013 ore 13:07, intelligo
Alfredo Covelli: la sua grande Destra incompiuta
Quanto possono essere attuali gli uomini più efficaci delle mitiche Tribune Politiche in bianco e nero, dirette dall’altrettanto mitico Jader Jacobelli? Ossia, leader politici come Giorgio Almirante e Alfredo Covelli? Il primo capo storico dei missini, il secondo dei monarchici? 
Alfredo Covelli, oltre ad essere stato il simbolo del Partito di Stella e Corona (quarta forza politica nel 1953, con 40 deputati e 16 senatori), è stato un grande patriota, un intellettuale, un grande comunicatore, un riformatore e un grande politico. Un patrimonio, un giacimento da scoprire e valorizzare. Su lui, infatti, finora c’è pochissimo: solo una pubblicazione sui suoi scritti e discorsi, a cura della Fondazione della Camera. Il libro di Fabio Torriero (“Alfredo Covelli, La mia destra, edizioni Il Borghese), inizia a coprire tale vuoto. Come comunicatore Covelli inventò tante parole che oggi sono ancora d’uso comune nel lessico politico-parlamentare: “Il partito degli italiani, il partito della libertà” non l’ha inventato Silvio Berlusconi, ma proprio Covelli (suo discorso del 1948 a Firenze). E ancora, termini come la distinzione tra “patria e regime”, “patria e istituzioni”, Repubblica “Giano-Bifronte, per evidenziare la falsa opposizione, in realtà spartizione speculare di ruoli, tra Pci e Dc; sono delle vere e autentiche chicche. Come riformatore, pensò già negli anni Cinquanta alla riforma del sistema elettorale, al rafforzamento dei poteri del premier, al referendum consultivo e soprattutto, negli anni Settanta, ad organizzare l’opposizione nei confronti delle Regioni, viste come fonte di moltiplicazione dei costi, della corruzione e di personale politico inutile (ogni riferimento ai recenti scandali regionali, modello-Fiorito, è puramente casuale). Come intellettuale tentò un’operazione fondamentale per il centro-destra: trovare una sintesi tra il filone conservatore, cattolico e liberale. Un lavoro incompiuto e basilare ai fini della ricomposizione del centro-destra dopo Berlusconi. A livello politico, infine, tentò di costruire un diverso bipolarismo (realizzatosi nel 1994) tra centro-destra e centro-sinistra, e di rappresentare organicamente quella maggioranza moderata, cattolica e nazionale della società (il famoso blocco occidentale, anticomunista), che in Italia non aveva (né sembra avere oggi) voce, né spazio politico compiuto. Un perimetro politico che la Dc de facto occupava, ma guardando ideologicamente a sinistra (i governi di centro-sinistra dal 1963) e considerando la propria destra (dai qualunquisti ai missini, ai monarchici), come una riserva di voti da saccheggiare, senza legittimità e dignità politica. Covelli propose nel 1963 un’Unione parlamentare delle destre e poi, nel 1967 una Costituente democratica nazionale, come soggetto autonomo, di base, da organizzare ex novo. Poi le gelosie, le invidie del ceto politico contiguo, impedì tale progetto. Covelli incassò il no dei liberali di Malagodi, il silenzio sdegnato dello Scudo Crociato e il sì dei missini. Dalla grande destra sognata da Covelli, si fece nel 1972 la piccola Destra nazionale con Giorgio Almirante. Un’alleanza finita pochi anni dopo, come sappiamo. Resta una domanda: Alleanza nazionale, Pdl, sono i figli e gli eredi del sogno di Covelli o no? Bisognerebbe chiederlo a lui. Il dibattito è aperto.
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