Bonus bebè, Borghi: "Col 50% di disoccupazione giovanile? Mancia inutile. Fuori dalla cultura anni '80"

16 maggio 2016 ore 15:03, Marco Guerra
“Senza un maggiore tasso di occupazione non si avranno più figli. E gli incentivi vanno dati mirati alle coppie di italiani”. Così l’economista Claudio Borghi (Lega Nord) commenta su IntelligoNews l’annuncio del governo di voler raddoppiare bonus bebè dagli 80 euro ai 160 euro al mese per nuclei con reddito Isee tra i 7 mila e i 25 mila euro annui.

Il governo vuole varare un nuovo bonus bebè per far fronte alla denatalità. Sono misure utili per rilanciare le politiche demografiche?
“Se uno pensa che con pochi euro un giovane possa convincersi a fare un figlio quando non aveva in programma di farlo è proprio fuori strada. Questa è solo una mancia per chi aveva già di deciso di fare un figlio. Due voti un più sotto elezioni non si buttano mai. In realtà le politiche per la demografia sarebbero un capitolo importantissimo che deve essere messo al primo posto dell’agenda della ‘nuova Italia’. Però devono essere affrontate seriamente. Il punto cruciale è un altro: se c’è un 50% di disoccupazione giovanile come pensate di risollevare le nascite?”

Perché i figli oggettivamente li fanno i giovani…
“Esatto, tra altro l’altro 50% che lavora ha un salario troppo basso per poter pensare di mettere su famiglia. Se noi guardiamo la percentuali di giovani che veramente possono permettersi ad una famiglia siamo vicini allo zero. Stiamo uccidendo il nostro futuro. Così facendo costringiamo i giovani ad emigrare, gli altri che restano sono costretti a stare a casa in famiglia mantenuti dai genitori e nel frattempo abbiamo una sostituzione della popolazione derivante dall’immigrazione di massa. Questo è un cocktail esplosivo”.

In questa situazione come giudica aver dato la reversibilità della pensione alle coppie gay?

“Un controsenso. È chiaro che la reversibilità è un incentivo alla natalità se guardiamo la ratio e lo spirito iniziale di questa tutela sociale. Perché è inutile che mi vengono a dire che adesso viene data anche a chi non ha figli. È vero, ma è un'estensione generosa di un diritto. Molto banalmente fu istituita per far sì che uno di dei due membri della coppia potesse occuparsi della crescita dei figli senza avere l’angoscia di non stare ad accumulare contributi”.

Cosa bisognerebbe fare per cambiare la rotta dell’inverno demografico?

 “In teoria se uno dovesse disegnare delle politiche future di incentivo alla natalità abbiamo in primo luogo la necessità di creare le condizioni per la piena occupazione, che è il nostro obiettivo dichiarato. Dopo di che le cifre che devono essere corrisposte per incentivare le nascite devono essere molto superiori. Nell’ordine di grandezza di quello che avviene in Russia dove il problema è stato già affrontato. Nella sostanza parliamo di 10mila euro per il terzo figlio per vedere qualche risultato concreto. Bisogna che sia considerato conveniente fare un figlio, gli aiuti devono essere convenienti e non risarcitori”.

C’è anche un questione culturale che influisce sul natalità?

”Sicuramente sì, bisogna uscire fuori dal frame psicologico che ci ha portato la cultura anni ’80 che il figlio è un peso alla carriera. Certo se non lo fa Stato non potrà farlo nessun altro, perché non nascondiamoci dietro ad un dito: il figlio è un peso alla carriera, quando anche le possibilità ci sono. Quindi spetta allo Stato far sì che diventi conveniente. E sicuramente questo va accompagnato ad un cambiamento di mentalità. Voglio chiosare anche con un considerazione politicamente scorretta. I bonus vanno indirizzati a chi paga le tasse da anni, ovvero trovo ingiusto che chi è appena arrivato in Italia goda degli stessi benefici, anche perché spesso  e volentieri gli immigrati non hanno problemi di incentivi, hanno infatti un tasso di natalità molto più alto del nostro. E visto che le politiche devono essere mirate lì dove servono non sarebbe molto logico incentivare le famiglie di immigrati. Se la Corte costituzionale dovesse intervenire per dire che non si può fare, allora va cambiata qualsiasi cosa affinché si possa farlo. Poi se un immigrato vive e lavora qui da anni e ha ottenuto la cittadinanza va bene che usufruisca dei benefici; insomma il criterio deve essere quanto meno la cittadinanza italiana”.  
autore / Marco Guerra
Marco Guerra
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