Cancro senza pregiudizi: si combatte senza paura ma discriminati il 64% dei malati

16 marzo 2016 ore 11:25, Lucia Bigozzi
Si chiama medicina narrativa ed è un mondo non solo per esorcizzare le paure che invadono la mente di fronte a un medico che con gli esami in mano sentenzia: lei ha un tumore. No, è soprattutto un modo per raccontare la propria malattia, il rapporto con i familiari e l’ambiente circostante, come cambia la vita dopo la scoperta di una patologia che richiede tanto impegno e coraggio. E tra gli addetti ai lavori, si fa strada l’idea che la medicina narrativa possa essere considerata una vera e propria terapia. Il principio base è che in questo modo il paziente lavora su se stesso, la propria psiche e i propri sentimenti, riesce a prendere coscienza di come da quel momento in poi dovrà affrontare le cose che verranno, impara a relazionarsi con gli altri. Ma soprattutto, prendendo consapevolezza di ciò che gli è capitato,  comprende ancora di più e meglio l’importanza della cura e dunque reagisce positivamente al percorso terapeutico che ha davanti. Tra i tanti testimonial che hanno aderito alla campagna dell’Aiom (Associazione italiana oncologia medica) c’è l’attrice Monica Guerritore che sul web ha raccontato la sua lotta contro il melanoma: “La prima sensazione che investe l’individuo quando riceve la diagnosi è di aver smarrito l’invincibilità. 

Cancro senza pregiudizi: si combatte senza paura ma discriminati il 64% dei malati
La visione del proprio io diventa caotica e si ricompone solo grazie alla razionalità della scienza e delle prospettive di guarigione presentate dai medici. All’inizio l’armonia viene perduta. Poi si recupera”. Da questo punto di vista è interessante soffermarsi sulla rilevazione che proprio Aiom ha eseguito su un campione di 150 persone che fanno i conti con un tumore. Di questi, 8 su 10 affermano di avere un buon rapporto con l’oncologo e per l’83 per cento del campione, il cancro fa meno paura grazie alla consapevolezza dell’esistenza di trattamenti efficaci. C’è però un dato che fa riflettere: dall’indagine emerge che circa il 64 per cento dei soggetti sondati dichiara di avere problemi al limite della discriminazione sociale e professionale in quanto malati di cancro. Come se fosse una cosa di cui vergognarsi o per la quale essere emarginati dalla società. Insomma il peso dell’etichetta affibbiata da altri secondo una visione veramente molto miope della realtà e della vita, è l’elemento avvertito come particolarmente diffuso e al tempo stesso penalizzante per chi ne fa le spese. Anche in questo caso la medicina narrativa può svolgere un ruolo importante, al punto che le linee di indirizzo sono state pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità. 
autore / Lucia Bigozzi
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