Che fine ha fatto Sara Simeoni?

16 novembre 2016 ore 10:12, intelligo
di Anna Paratore

Il 1953 deve essere proprio stata una grande annata per le nascite, viste le tante persone di valore che videro la luce in quell’anno ormai lontano, quando l’Italia era in netta ripresa dopo i tempi bui della Seconda guerra mondiale e quelli difficilissimi del primo dopoguerra, quando la fame e la povertà erano terribili, e la tubercolosi mieteva ancora centinaia di migliaia di vittime.  Nel 1953, però, si cominciava a respirare quella speranza, quella voglia di portare la nazione verso un futuro migliore, con lo sforzo e la volontà di tutti. Così, evidentemente, i nati in quell’anno si sentiranno particolarmente motivati a raggiungere grandi obiettivi, proprio come accadrà a Sara Simeoni…

Che fine ha fatto Sara Simeoni?

Sara Simeoni nasce a Rivoli Veronese nell’aprile del 1953 e, che ci crediate o meno, da ragazzina non le sarebbe venuto in mente nemmeno per sbaglio di diventare una grande atleta olimpica. No, Sara proprio non ci pensa. Le sue passioni sono altre: la musica e il ballo classico. Il fisico c’è, sottile sottile, ma c’è purtroppo anche l’altezza esagerata soprattutto in quegli anni e per una ragazza italiana. Ciononostante, lei non ci vuole credere che si possa trattare di un impedimento, tanto è motivata a raggiungere i suoi sogni. Così, convince i genitori a farle studiare danza e tutto va bene fine a quando al Centro comunale artistico che frequenta, uno dei responsabili la esclude dal “ballo dei moretti” dell’Aida, che tutta la sua classe si prepara ad affrontare come saggio di fine anno. Di nuovo, il problema è l’altezza eccessiva, che la fa sembrare più grande di vari anni rispetto alle altre. Sara, però, non demorde. Non ci vuole proprio credere di dover abbandonare quella passione, e studia se possibile anche con maggiore impegno, tanto che quando si presenta a un provino per entrare nella scuola della Scala di Milano, supera l’esame sbaragliando l’agguerrita concorrenza. Tutto okay, dunque? La ragazzina potrà coronare il suo sogno, e con impegno e studio diventare una etoile? No, non c’è verso. Troppo, troppo alta. Svetta rispetto a tutte le altre come un cipresso tra cespugli di bosso, e non ci sarebbero partner per lei, perché all’epoca li sovrasterebbe praticamente tutti.
Sara deve rinunciare. La prima, cocente delusione della sua giovane vita. Papà e mamma, per non vedere la loro ragazzina dodicenne depressa e col muso lungo, decidono di portarla alla società atletica che sovvenzionano. Magari, si dicono, può trovare in una disciplina sportiva, una qualunque, un’altra passione da seguire, un altro obiettivo da raggiungere. E Sara va, del resto dovrà pure indirizzare da qualche parte tutta la prorompente energia che ha in sé. Così, sotto la guida di un vigile urbano che nel tempo libero fa l’istruttore, corre, lancia, salta. Fa un po’ di tutto senza decidere però da subito cosa le piaccia davvero, per cosa sia più portata. Fino a che non arriva il 1970, perché quell’anno lì, quasi senza volere, a Padova stabilisce il primato italiano di salto in alto con 1,71.  Sara ha finalmente trovato la sua strada o, forse, è la sua strada ad aver trovato lei.  Adesso ha un allenatore vero, Erminio Azzaro, che la segue anche quando lei decide di adottare lo stile Fosbury (per chi non lo sapesse, il salto “di spalle”).  Agli europei di Helsinki si fa notare, e anche l’Italia che ama l’atletica e che di solito si sveglia solo ogni quattro anni, in occasione delle Olimpiadi, comincia ad accorgersi di lei, per il suo talento, certo, ma anche perché è donna, una rarità tra le eccellenze sportive italiane. 
Arrivano le Olimpiadi di Monaco, nel 1972, e Sara fa un’ottima figura guadagnandosi un bel quinto posto  dietro a Rosemarie Ackermann, tedesca nell’est, che diventerà la sua maggiore avversaria ma che comunque Sara non ha mai nascosto di ammirare. Le due, terribili tra loro in gara, in realtà nella vita di tutti i giorni si trovano simpatiche e, tra la meraviglia generale, non lo nascondono neppure. A Monaco, Sara ha 19 anni, e porta il record italiano a 1,85, migliorandolo di 5 centimetri.  E’ lì, a quelle Olimpiadi, che la Simeoni fa la sua definitiva scelta d’amore verso il salto in alto. E’ così che lo racconta lei stessa: “Mi accorsi che per me l’atletica era un gioco, ma che le altre avevano dietro preparazione specifica e programmi, allora tornai a casa con altri propositi. Mi dissi che con altri tre centimetri sarei salita sul podio. Valeva la pena di fare sport seriamente. Ma naturalmente nel nostro paese mancavano strutture e mentalità. L’ambiente era tradizionale e maschilista: prima venivano gli uomini, gli atleti, le loro necessità, poi, se c’era spazio, toccava a noi”. Dunque, se la strada per la danza classica le era stata preclusa dall’altezza, possibile che ora il maschilismo imperante le sbarrasse anche la strada per l’affermazione sportiva? Sara stavolta proprio non ci sta. Ha deciso il suo obiettivo, che è ottenere il massimo, e non si farà fermare né distogliere da niente e da nessuno.
Per allenarsi deve aspettare che la squadra di calcio del Verona termini il suo di allenamento, ma lei è caparbia e attende, paziente e fiduciosa. Così, miete successi in Europa e non solo. Nel 1975 è medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo che si tengono ad Algeri.  Nello stesso anno è argento alle Universiadi. Nel 1976 primo grande exploit, quando vince l’argento anche alle Olimpiadi di Montreal. Poi nel 1978, agli Europei di Praga, è la prima donna al mondo che salta 2,01. Arrivano quindi le Olimpiadi di Mosca nel 1980, e Sara ottiene finalmente quello per cui ha tanto lavorato: la medaglia d’oro nel salto in alto con 1,97. In proposito, ha detto: “Il giorno della finale per venti minuti volevo sotterrarmi. Per me era la prova del nove, non potevo fallire. Se davvero ero arrivata lì come la migliore, ero allora anche obbligata a vincere. Quindi è come se avessi vinto due volte”. E ancora per i successivi 4 anni ci saranno altre vittorie e medaglie, fino ad aggiudicarsi l’argento alle Olimpiadi di Los Angeles, con un salto da 2 metri.  In totale, senza considerare le vittorie minori, Sara può vantare un oro e due argenti alle Olimpiadi, un oro e due bronzi agli europei, quattro ori agli europei al coperto, due vittorie alle Universiadi e ai Giochi del Mediterraneo e 24 titoli italiani. Mica male per la nostra aspirante ballerina classica. 
In tutto questo, ha avuto spazio anche per la sua vita privata, sposando il suo allenatore, Erminio Azzaro che le ha dato un figlio, Roberto, che a sua volta nel settembre del 2008 ha vinto l’oro nel salto in alto alle finali dei campionati Csi (juniores). Oggi Sara Simeoni vive a Verona e insegna all’università di Scienze Motorie. Riguardo alla sua vita lontana dallo sport dopo tanti successi, Sara ha detto una frase rivelatrice mentre rispondeva a una domanda su un altro grande italiano dell’atletica leggera, Pietro Mennea: “Pietro ed io lavoravamo lontano dai riflettori. Eravamo due atleti fuori moda. Lo siamo rimasti. Caparbi, sinceri, due che non si adeguano. Lui anche più di me. Siamo cresciuti in un mondo meno asettico, dove c'era più spazio per essere veri. Quando abbiamo smesso non ci hanno mai coinvolti nello sport. Troppo spigolosi, poco comunicativi.”  Ecco il triste destino di alcune eccellenze italiane…

autore / intelligo
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