Ragazzo caduto dal 6°piano, Meluzzi: “Gite come guerre. Perché sono diventate pericolose”

16 ottobre 2015, Andrea Barcariol
Ragazzo caduto dal 6°piano, Meluzzi: “Gite come guerre. Perché sono diventate pericolose”
Intervistato da IntelligoNews lo psichiatra Alessandro Meluzzi parla dell’episodio che a Milano ha visto come sfortunato protagonista un ragazzo di 17 anni, E.B., caduto dal sesto piano di un Hotel, mentre era in gita scolastica per visitare l’Expo. Parliamo con lui anche delle analogie o meno con il caso Maurantonio.

Che idea si è fatto di questa tragedia. Ricorda davvero  quella di Domenico Maurantonio?

«Ci sono somiglianze inquietanti. Da sempre le gite scolastiche sono teatro di molte esperienze, alcune più utili e divertenti. Anche 50 anni fa capitavano momenti di iniziazione sessuale, c’era il desiderio di stare insieme, di vedere posti, di prendere in giro i professori, di stare in autonomia dalla famiglia con un gruppo di pari. La situazione si è complicata per due motivi: un atteggiamento dei professori più rispettoso dell’autonomia degli studenti, i vecchi docenti potevano passare la notte su e giù per i corridoi per evitare che i ragazzi entrassero nella camera delle ragazze. Oggi i professori hanno un atteggiamento più distaccato, forse troppo. Poi c’è la complicazione del fatto che i ragazzi assumono sostanze, derivate dalla cannabis, caricate con consumi alcolici molto elevati. Un adolescente sovraeccitato, adrenalinico, pieno di alcol e tetraidrocannabinolo è ad altissimo rischio di volare da una finestra o perché si sente male o perché è depresso o perché crede di poter volare. La vicenda mi stupisce fino a un certo punto, anzi c’è da stupirsi che accada così poco».

Non crede che la gita scolastica sia diventata sinonimo di sballo, come il sabato in discoteca?

«Come tanti altri momenti della vita degli adolescenti, ad esempio l’uscita del sabato sera. Quello che caratterizza larga parte di questa generazione di adolescenti è che senza sballo non ci si diverte. Se non c’è la percezione di uscire di sé, con l’aiuto di sostanze, non c’è il divertimento, su questo si potrebbero fare tante considerazioni che però ci porterebbero lontani dall’argomento».

Lei manderebbe suo figlio in gita?

«Certo, purtroppo fa parte delle prove iniziatiche a cui uno si deve sottoporre. Ci mancherebbe altro che una famiglia dicesse a un figlio di non andare in gita temendo che lì possa  sballarsi. Sarebbe un errore gravissimo. Questo tipo di campane di vetro non sono praticabili».


Che consiglio gli darebbe?


«Gli direi: “Fai attenzione a non morire”, come se partisse per una guerra».

Sembra che gli insegnanti non vogliano più accompagnare i ragazzi in gita. Hanno ragione?

«E’ una reazione prudenziale, un insegnante a cui muore un ragazzo in gita è un dipendente pubblico esposto a tanti problemi nei cinque anni successivi. Non mi stupisce che un insegnante cerchi di proteggersi da una situazione ad altissimo rischio professionale, educativo, legale, giuridico e penale. I professori, prima di partire, devono stipulare buone assicurazioni che comunque non li proteggerebbero da responsabilità penali. E’ una situazione ad altissimo rischio, una guerra alla quale nessuno può sottrarsi».

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