Charlie Hebdo, la morte di Aylan usata per nuove vignette choc

16 settembre 2015, Andrea De Angelis
Ad oltre otto mesi dalla terribile strage di Charlie Hebdo, il settimanale francese torna a far parlare di sé. 

Charlie Hebdo, la morte di Aylan usata per nuove vignette choc
Questa volta però si moltiplicano le critiche nei confronti di Charlie, reo di aver dedicato il numero di questa settimana alla risposta europea alla crisi dei migranti. Nulla di strano, visto che il tema campeggia praticamente su ogni testata, cartacea o online, del vecchio continente. 

A finire nel mirino sono però alcune vignette sulla morte del piccolo Ayulan Kurdi.

Nelle pagine interne dell'ultimo numero della rivista, c'è infatti una vignetta con su scritto: "La prova che l'Europa è cristiana"; e accanto si vedono una figura somigliante al Cristo che cammina sulle acque, e una silhouette più piccola, in pantaloncini corti e a faccia in giù nell'acqua con la scritta: "I cristiani camminano sulle acque, i bambini musulmani affogano". 

La vignetta è firmata da Riss, l'attuale responsabile della testata dopo la morte, lo scorso gennaio, del direttore, Charb, e di vari vignettisti, tra i quali Cabu. 

In un'altra immagine duramente criticata, soprattutto nelle reti sociali, si vede il piccolo riverso sull'arena sopra un titolo che annuncia che è morto "proprio vicino al traguardo", mentre dietro si vede la pubblicita' della catena fast-food McDonald's che offre "due menù per bambino al prezzo di uno". 

Su Twitter intanto impazza l'hashtag #JeNeSuisPasCharlie (Io non sono Charlie), sotto il quale si trovano numerosi messaggi contro la pubblicazione. "Irridere la morte di un bambino: in questo consiste la libertà di espressione?", si interroga un utente, che poi critica una direzione caratterizzata ad un sense of humour brutale e definisce il periodico "irresponsabile". 

Si registra anche l'iniziativa di un attivista e avvocato britannico, presidente della Society of Black Lawyers, il quale ha annunciato che potrebbe portare le caricature dinanzi al Tribunale Penale Internazionale per istigazione al "reato di odio". 
 
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