Calderoli-Kyenge, Abbate: "Orango? E' cultura fascista. Ma a me dicono che ho i capelli sporchi"

16 settembre 2015, Adriano Scianca
Calderoli-Kyenge, Abbate: 'Orango? E' cultura fascista. Ma a me dicono che ho i capelli sporchi'
Diffamazione sì, razzismo no. Questo è quanto stabilito dal Senato circa la famosa battuta di Roberto Calderoli, che paragonò l'allora ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge a un orango. “Quello che io trovo terrificante è la povertà linguistica”, spiega lo scrittore Fulvio Abbate. E a IntelligoNews racconta: “Tra leghismo e grillismo, sui social, quello che prende piede è la semplificazione del linguaggio becero, una subcultura che si serve del linguaggio offensivo”. 

Calderoli incriminato per la diffamazione della Kyenge, non per razzismo. Lei cosa ne pensa? 

«Il reato di diffamazione, a meno che qualcuno non dica che io rubo, è sempre un campo minato, perché fa riferimento al campo del linguaggio. E il linguaggio non è mai innocente. I linguisti ci insegnano che la parola cane morde». 

E quindi? 

«Quindi è ovvio che definire la Kyenge un orango sia offensivo. Lo è perché risponde a una cultura fascista. Negli anni '30 Hailé Selassié veniva rappresentato come un caprone. Quell'accusa ha peraltro avuto la sua nemesi perché poi i rasta hanno considerato il Negus come una divinità e lui ha avuto dalla sua le canzoni di Bob Marley». 

All'epoca anche nelle democrazie c'erano di queste associazioni linguistiche e iconografiche, però... 

«Senz'altro. Ma infatti non è che i nostri parenti siano sempre i migliori. Anche chi ci è vicino può essere un orango».

Torniamo a Calderoli. Come possiamo commentare quella sua uscita infelice? 

«Io rifletto solo su quanto sia negativo sul piano della semplificazione del linguaggio dire “sei un orango”. Tra leghismo e grillismo, sui social, quello che prende piede è la semplificazione del linguaggio becero, una subcultura che si serve del linguaggio offensivo». 

Quindi, più che il razzismo, lei contesta la povertà lessicale? 

«Sì, esatto. Quello che io trovo terrificante è la povertà linguistica»

Secondo lei la libertà d'espressione, in politica, deve avere dei limiti? 

«Ma non deve travalicare il rispetto dell'altro. Sappiamo bene, ovviamente, che già Togliatti parlava di stivali chiodati con cui dare un calcio a De Gasperi, nel 1948. Quello però era un artificio retorico. Il bacillario culturale a cui qui si attinge corrisponde invece a una subcultura pre-dialettica. È come quelli che vedono me in televisione e dicono che ho i capelli sporchi e non mi lavo». 

Ma non è pilatesco togliere l'aggravante del razzismo e mantenere la diffamazione? Allora, su questo piano, anche dare a Calderoli del maiale è diffamare... 

«No, perché Calderoli ha delle responsabilità, essendo figura politica apicale. Non è la stessa cosa se un libero cittadino offende lui. A chiunque può capitare di dare della scimmia a una persona di colore, ma è un insulto di impeto. Un politico non può permettersi l'impeto, ha il dovere della ponderazione».
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