Se i clienti pagano per salvare le banche: ecco cos’è il bail-in

17 dicembre 2015 ore 20:15, Luca Lippi
Se i clienti pagano per salvare le banche: ecco cos’è il bail-in
Il governo italiano non centra niente, piuttosto il contrario, in Italia c’è ancora qualcuno che coscienziosamente (Enrico Zanetti di Scelta Civica) tenta ancora di salvare il salvabile ricorrendo a una cultura tutta italiana (di cui andare fieri) di far fare finanza senza ignorare la tutela del risparmio e dei risparmiatori che sono insieme uno dei punti fermi della “nostra Carta Costituzionale”. Purtroppo però, all’ordinamento italiano si è sovrapposto quello finanziarizzato dell’Ue che con il bail-in ha indebolito in maniera estremamente iniqua la struttura normativa italiana, introducendo il meccanismo in base al quale saranno i correntisti a pagare in caso di fallimento di una banca e non lo Stato. E’ una norma (Direttiva 2014/59/UE) stabilita da Bruxelles dunque, e prevede che, in caso di fallimento di una banca, siano in prima battuta i clienti della stessa a pagare per salvarla. Lo Stato entrerà in gioco solo in un secondo momento. Visco ne parlò la prima volta subito dopo il salvataggio di alcune banche di Cipro a seguito del famoso crack di cui è inutile fare menzione, usando queste parole: “le banche dovranno adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori”. Il “sacrificio significativo” significa soldi cui rinunciare per salvare un istituto bancario dal default. A confermare la notizia, anche un tweet pubblicato dall’ufficio stampa della Banca d’Italia: “i clienti andranno pienamente informati del fatto che potrebbero dover contribuire al risanamento di una banca”. A spiegare le linee guida della normativa, all’epoca, fu lo stesso Visco in audizione al Senato, e in quell’occasione approfittò anche per redarguire la politica sui ritardi con i quali il Paese recepisce le direttive Ue.

Bail In: anche noto come “fallimento ordinato” è stato firmato nel giugno del 2013, all’epoca dell’intesa, furono in molti a sostenere che dietro il Bail-in si nascondesse in realtà la volontà di codificare a livello comunitario il ben più famoso “prelievo forzoso” (in Italia fu operato nel 1992 sotto il governo Amato). Nel dettaglio, la nuova legge manda in pensione il bail out, il meccanismo in base al quale è lo Stato a intervenire in caso di difficoltà, e vara il bail in, che invece coinvolge in prima battuta i privati. In altre parole, se una banca rischia il default, i primi a dover sborsare il proprio denaro saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti meno assicurati (le obbligazioni subordinate verranno coinvolte nel pagamento) e dai depositi bancari superiori ai 100mila euro. La direttiva dunque garantisce solo i depositi inferiori a tale soglia. Non dovranno invece partecipare al bail in i possessori di obbligazioni garantite (le ordinarie sono escluse), pensioni e salari dei dipendenti. Ogni Stato Membro avrà infine la facoltà di decidere l’esclusione di altre categorie.
Nel caso in cui una banca rischi il fallimento, lo Stato interverrà per salvarla solo dopo che azionisti e creditori avranno pagato l’8% delle passività totali dell’istituto. Lo scopo della norma, è quello di evitare che a pagare siano tutti i contribuenti, in realtà però, a rimetterci sarà chi deposita i propri soldi. Inoltre, ogni Stato dovrà costruire un fondo nazionale che nell’arco di 10 anni dovrà raggiungere un livello pari ad almeno lo 0,8% dei depositi garantiti di tutte le istituzioni creditizie del Paese, utilizzandolo il 5% degli attivi. 
autore / Luca Lippi
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