Le parole della settimana: égalité, fraternité, liberté

17 gennaio 2015 ore 1:48, Paolo Pivetti
marciaInutile sforzarsi di parlar d’altro, anche se tutti hanno già detto tutto e ancora di più: di fatto l’eco della gigantesca manifestazione, inseguendoci da domenica scorsa, è dilagata per tutta la settimana. Il suo clamore che ha invaso Parigi in tutte le sue strade, la Francia in tutte le sue città, e che ancora ci manda la sua risonanza decuplicata, centuplicata, attraverso ogni mezzo di comunicazione, esaltando cuori, cervelli e uteri fino alla quinta e alla sesta generazione, non si è ancora spento e sembra ben lungi dallo spegnersi. L’operazione mediatica è perfettamente riuscita. A Parigi, per un giorno capitale del mondo, i due milioni in marcia, o forse tre milioni, o forse cinque contando anche le altre città francesi, hanno scandito la loro scelta: égalité, fraternité, liberté. Questo è il perimetro entro il quale il Pensiero Unico ha collocato la nostra vita civile. E l’occasione, il martirio di un gruppo di vignettisti astutamente blasfemi per mano di fanatici islamici, si è presentata unica e irripetibile, ed è stata colta, in modo più o meno consapevole, da un’immensa folla consenziente. Per usare un’immagine più calzante, égalité, fraternité, liberté sono le tre dimensioni di un immenso parallelepipedo, contenitore universale dentro il quale i Diritti dell’Uomo, sono perfettamente tutelati. Nel nome di Charlie le moltitudini serravano compatte i loro ranghi come fossero sulle barricate oppure al fronte di una guerra che è inammissibile perdere, anche se in realtà passeggiavano dietro i petti-in-fuori di una cinquantina di capi di Stato e di governo superprotetti, a braccetto fra loro. Ecco cosa c’è dentro a quel proclama corale “je suis Charlie”, pronunciato come se fosse un atto di eroismo collettivo. Ma quando mai radici cristiane, o giudaico cristiane, o classico giudaico cristiane? Il Parallelepipedo dei Diritti non ha radici, è creato così com’è, perfetto, dalla Ragione, e da più di due secoli sta piegando la Storia alla sua legge: proprio come il famoso parallelepipedo nero che appare improvvisamente davanti al branco di scimmioni primordiali in “Duemilauno Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick, film uscito, non a caso nell’anno 1968 (le date avranno pure un significato); e che anche lì, alla fine di una storia circolare, racchiude l’uomo nella schiavitù invalicabile dei suoi inviolabili diritti senza Dio.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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