I radical chic di "Le Monde": "Inni e bandiere sono razzisti, il calcio li sopprima"

17 giugno 2014 ore 12:44, Adriano Scianca
I radical chic di 'Le Monde': 'Inni e bandiere sono razzisti, il calcio li sopprima'
Il match di domenica fra Francia e Honduras
, terminato 3-0 per i bleus, ha visto, prima della gara, qualche momento di imbarazzo a causa della disorganizzazione brasiliana: prima di iniziare la partita, con le due squadre schierate per il classico rituale degli inni nazionali, lo stadio intero ha atteso invano che partisse la musica. Nulla da fare, la gara è iniziata senza che gli organizzatori siano riusciti a far partire la Marsigliese e l'Himno nacional. Nulla di grave, ma certo la circostanza è antipatica. Eppure, per quanto sembri incredibile, c'è chi in Francia ha esultato. Charles de Laubier, per esempio, giornalista di Le Monde che il 12 giugno, profeticamente, pubblicava sul quotidiano progressista transalpino un articolo dal titolo “Pour une séparation du football et de l'Etat”. Dopo aver ricostruito le recenti campagne anti-razziste della Fifa, a suo dire peraltro insufficienti verso l'intolleranza montante, in quanto “dappertutto nel mondo, il razzismo, la xenofobia, l'antisemitismo o il nazionalismo tentano di condizionare gli incontri”, de Laubier sentenzia: “Ora è tempo che la Repubblica pensi alla separazione di sport e Stato, così come ha fatto più di un secolo fa con la separazione fra Stato e chiesa”. Insomma, bisogna applicare la laicità anche allo sport, “che non deve richiamarsi alla nazione per andare avanti”. Le relazioni fra Stato e calcio “sono per lo meno ambigue, per non dire incestuose”, per il giornalista di Le Monde. Che proprio non ne può più di assistere alle manifestazioni di orgoglio nazionale legate alle partite: “Sul campo, in effetti, non si gioca match senza che la bandiera francese, l'inno nazionale o ancora il presidente della Repubblica stesso non siano chiamati di rinforzo e non divengano i porta-valori di un rituale per la gloria della patria che la squadra nazionale è designata o pretende di rappresentare. Questa squadra di Francia – soprannominata 'i Bleus' o 'i Tricolori' – è letteralmente la porta bandiera nazionale. Lo Stato stesso contribuisce allegramente a questa sublimazione sportiva che mira a far vibrare a comando la fibra patriottica e identitaria di giocatori e tifosi”. Il giornalista se la prende con chi critica i giocatori che non cantano l'inno, “e se l'inno è fischiato, la tensione sale e il patriottismo lascia posto all'odio dell'altro, dello straniero, della squadra del paese che si sta affrontando”. Tutto questo “mentre i trasferimenti internazionali dei calciatori, condizionati dalla mondializzazione di un vasto mercato, sfidano da molto tempo le frontiere sportive” (al solito, la logica progressista più spinta trova il suo coronamento nei meccanismi del mercato selvaggio). Dopo aver citato gli immancabili Hitler, Le Pen e i soliti hooligans, de Laubier sentenzia: “Il calcio divenuto multipolare è maturo per sbarazzarsi dei suoi orpelli nazionalisti”. Bisogna quindi “bandire dagli impianti sportivi bandiere, inni e squadre 'nazionali' per evitare l'irreparabile”, ovvero intolleranza, violenza e morte che per l'autore sono praticamente la norma in ogni match sportivo. E questo “per non vedere più lo Stato in contraddizione con interessi economici dello sport business che non sono più i suoi”. Si tratta infine di “rimpiazzare i segni esteriori della patria” per “limitarsi alle denominazioni dei club e delle formazioni sportive, o anche i nomi degli sponsor come come accade nella vela, nelle corse automobilistiche o di altre discipline sportive”.  
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