La maturità sdogana Calvino, il comunista dissidente

17 giugno 2015, Americo Mascarucci
La maturità sdogana Calvino, il comunista dissidente
Apprendere che fra le tracce proposte agli studenti che oggi hanno iniziato gli esami di maturità c’è anche un brano di Italo Calvino ha sorpreso tutti, trattandosi di un autore da anni dimenticato. 

Ero un ragazzino quando mi fu regalato il Barone Rampante una delle opere certamente più interessanti dello scrittore, parte integrante della triologia araldica “I Nostri Antenati” . Mi piacque davvero tanto il personaggio di Cosimo Piovasco di Rondò, quel giovane nobile amante della natura al punto di vivere la sua vita in una capanna costruita su un albero, che decisi addirittura di farne un libro dell’estate, quelli cioè che le maestre ci invitavano a leggere sotto l’ombrellone. 

Poi lessi Il Visconte Dimezzato e Il Cavaliere Inesistente gli altri due romanzi che componevano la triologia e che in qualche misura, dietro il racconto agile, scorrevole, sul modello della fiaba per bambini, facevano affiorare retroscena psicologici interessanti e destinati a far riflettere i giovani adolescenti come me ancora ignari della vita e delle sue insidie. 

Ho amato molto Calvino e poi nel corso degli anni ho imparato anche a conoscerne l’attività professionale oltre che l’impegno politico. E su questo forse è il caso di aprire una parentesi. Calvino dopo aver partecipato alla lotta di liberazione aderì al Partito Comunista Italiano nonostante fosse un anarchico, allergico agli schemi e alle gabbie ideologiche; ma vedeva nel Pci una risposta alla sua visione di società fondata sulla tutela dei diritti, l’uguaglianza sociale, il rispetto della dignità umana. 

Principi in cui ha creduto per tutta la vita al punto da entrare spesso in aperto contrasto con il suo mondo, il mondo comunista del quale tuttavia non accettava l’imposizione culturale, la dittatura delle idee. Non ebbe remore nel criticare il modello sovietico, denunciandone il carattere oppressivo ed antidemocratico; sostenne più volte l’esigenza di un Pci sganciato da Mosca e ispirato a principi liberali e riformisti scontrandosi con i dirigenti del partito di cui non mancò di condannare la visione ideologica miope ed ottusa; difese il diritto dei popoli dell’Est europeo a rivendicare libertà e democrazia e quando i sovietici invasero l’Ungheria, di fronte al sostegno dato dai comunisti italiani ai compagni russi, decise di chiudere per sempre la sua storia di dirigente comunista.

Rassegnerà le dimissioni da ogni incarico e da quel momento, era il primo agosto del 1957, diventerà un dissidente a tutti gli effetti, una voce critica della sinistra. 

Già la sinistra, una sinistra che non lo ha mai amato, come non ha mai amato gli ex comunisti diventati anti dopo aver preso atto del fallimento degli ideali in cui avevano creduto. Calvino aveva inseguito la difesa dei diritti e si era ritrovato in un partito che al contrario sosteneva le repressioni sovietiche, considerava giusto l’invio dei carri armati a Budapest come a Praga ed era pronto a giustificare le violenze operate per reprimere il desiderio di libertà dei popoli. 

Resterà tuttavia affascinato negli anni successivi da un altro leader comunista, Ernesto Che Guevara di cui diventerà amico personale e al quale dedicherà un articolo all’indomani della sua uccisione pubblicato in lingua spagnola su una rivista cubana e reso noto in Italia soltanto molti anni dopo. 

Si appassionò a Che Guevara perché vedeva in lui il comunismo dei diritti, quel comunismo in cui credeva anche lui e che non aveva trovato in Italia. Per anni Calvino è stato dimenticato, trascurato, forse volutamente da una cultura troppo a lungo egemonizzata dal Pci e che non ha mai amato le voci critiche, il dissenso, soprattutto se di sinistra; il dissenso dei Calvino, dei Pasolini, di Sciascia, affidandosi invece alla quasi cieca fiducia dei Moravia, pronti a mettere la propria faccia nelle campagne elettorali e a spendere il proprio nome per la causa. 

No, Calvino l’anarchico dava fastidio, perché aveva provato il comunismo e ne era rimasto deluso fino al punto di considerare quell’ideologia non molto differente da quel Fascismo che aveva combattuto. Oggi Calvino torna d’attualità e forse sarà anche questo un segno dei tempi. Perché se si è passati da Togliatti a Renzi, dal Pci al Pd realizzando il progetto di una sinistra riformista e socialdemocratica come ama definirla l’attuale premier, è anche grazie a chi in questo progetto ha creduto quando era vietato anche solo pensarlo. 

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