Statali fannulloni, chi rischia il posto di lavoro in 30 giorni

17 giugno 2016 ore 9:15, Luca Lippi
Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto attuativo sui licenziamenti lampo per i dipendenti pubblici che vengono colti in flagrante a timbrare l’entrata (per sé o per altri) per poi abbandonare il posto di lavoro e “esercitarsi” in attività estranee a quella lavorativa. 
“È finita la pacchia” commenta il Presidente del Consiglio che in questo modo ci mette la faccia, ma soprattutto tre milioni di potenziali consensi elettorali (è corretto sottolinearlo). 
Per il ministro della Pa, Marianna Madia, si tratta di “norme cattive ma giuste”, sul fatto che siano giuste non c’è alcun dubbio qualche dubbio sul fatto che siano cattive, mi sembra il minimo che possa succedere a chiunque in qualunque situazione ruba soldi dalle tasche di chi lo paga regolarmente.
L’ultima stesura del decreto prevede che chi è sospettato di essere un fannullone verrà sospeso in 48 ore, avrà due settimane per difendersi e altre due per essere sbattuto fuori. In attesa del verdetto il dipendente rimarrà senza stipendio, ma potrà contare su un ‘assegno alimentare’ equivalente alla metà del salario base.
Vediamo nel dettaglio come funziona la procedura.

Statali fannulloni, chi rischia il posto di lavoro in 30 giorni

Se un dipendente pubblico timbra il cartellino e poi esce dall'ufficio per scopi non inerenti al suo lavoro, mentre fino a ieri rischiava solo una segnalazione volontaria da parte del dirigente, la quale nella maggior parte dei casi non portava a nulla, adesso può essere immediatamente sospeso. 
Se “ripreso” in flagranza di reato (falsa attestazione della presenza in servizio), immediatamente scatta la sospensione per 48 ore. Quelle 48 ore non verranno retribuite, fatta eccezione solo per un assegno alimentare minimo.
Subito dopo le 48 ore il lavoratore potrà tornare al suo posto, ma verrà aperto un procedimento disciplinare della durata di 30 giorni. Il provvedimento è obbligatorio, mentre prima era facoltativo, e il dirigente che viene a conoscenza dell'illecito e non lo fa partire rischia anche lui il licenziamento e persino un anno di carcere a causa del reato di omissione di atti di ufficio. 
Durante i 30 giorni di procedimento, il lavoratore avrà soltanto 15 giorni per preparare una difesa, mentre altri 15 giorni serviranno per completare l'istruttoria. Se, alla fine dei 30 giorni, il dipendente dovesse essere considerato colpevole del reato contestatogli, può essere licenziato in tronco.
Ma la "punizione" non finisce qui. Oltre al licenziamento (che come sappiamo per i dipendenti pubblici è un duro colpo dato che non possono più essere assunti in nessun altro ufficio pubblico), a seconda della gravità del comportamento del dipendente può essere aperta anche un'altra procedura per danno d'immagine. Resta comunque la possibilità per il lavoratore di presentare ricorso e, nel caso il giudice gli desse ragione, avrebbe diritto al reintegro.
Rimane comunque il fatto che, con l’articolo 18, gli impiegati pubblici godono di tutte le tutele, e, solo per fare un esempio, basterebbe ricorrere (fatta salva l’impossibilità di contestare diversamente l’addebito) per “violazione delle procedure di contestazione disciplinare”. 
Quindi bisogna prima di tutto fare dei corsi di formazione per chi deve verbalizzare la contestazione per evitarne la nullità, si sa, davanti a un Giudice basta spostare una virgola per cambiare il senso di una frase.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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