Il mio ultimo incontro con la "Belva". Il segreto di Gustavo Selva

17 marzo 2015, Fabio Torriero
Il mio ultimo incontro con la 'Belva'. Il segreto di Gustavo Selva
La "Belva" non ruggisce più. Ho avuto modo di conoscere Gustavo Selva sia in qualità di giornalista (avendolo intervistato più volte per Libero, per il Tempo, l’Italia-settimanale), sia avendo condiviso il palco di vari convegni culturali ai quali eravamo stati invitati nella qualità di relatori.

Più che soffermarmi sul passato a tutti noto del giornalista Rai, dc di destra, poi diventato un politico di razza, dentro An (è stato presidente dei deputati, nonché fondatore animando il famoso “comitato dei 33”), poi ancora nel Pdl, sempre conservando il suo piglio sanguigno e la sua comunicazione secca, sintetica, anche quando doveva argomentare concetti profondi e complessi; preferisco concentrarmi sugli ultimi due ricordi che ho di lui.

Il primo, durante un convegno a Lecce, organizzato da Adriana Poli-Bortone (presenti pure Francesco Storace, Gianni Alemanno, Mimmo Nania, Silvano Moffa, Adolfo Urso, Pasquale Viespoli etc), in cui presentai un mio libro. Incontro che ruotava intorno alla possibilità di ricostruire un soggetto politico di destra, dopo le cocenti delusioni, nella forma e nella sostanza, sia della destra di opposizione, sia di governo. 

A cena Selva mi confessò che oramai c’era poco da fare, e che si poteva cambiare anche la sigla del futuro partito, ma se le facce restavano le stesse, era tutto inutile. 

“Grillo – mi disse – ha grillizzato anche l’elettorato di destra. Bisogna cambiare personale politico”. Qualsiasi tentativo con i vecchi schemi e le stesse persone, quindi, sarebbe stato fallimentare e inutile. Evidentemente, si riteneva ancora un giornalista, non un politico di mestiere: aveva fatto il cronista di se stesso.

La seconda volta, l’ho incrociato alla Camera (stava colloquiando su un divano in Transatlantico con Michelini) e mi disse di voler lavorare a un nuovo soggetto elettorale cattolico, perché a suo modo di pensare, la sintesi tra il pensiero liberale e il pensiero cattolico, non era riuscita né a Berlusconi, né a Fini. E restava l’opera incompiuta del centro-destra, del partito degli italiani. 

La base mancata di un’omogeneità culturale, premessa indispensabile per la governabilità coerente dei moderati. Selva intendeva presentarsi alle ultime elezioni politiche e già pensava alle liste. Voleva candidare unicamente dei giovani, magari con qualche veterano, lui ad esempio, a fare da regista e docente della politica. Al di là del suo esempio, il suo sogno resta un messaggio preciso che Selva ha consegnato al centro-destra.

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