154esimo, Mattarella dimentica di essere il sedicesimo Capo dello Stato e non scalda i cuori

17 marzo 2015, Fabio Torriero
154esimo, Mattarella dimentica di essere il sedicesimo Capo dello Stato e non scalda i cuori
17 marzo: atmosfera grigia e aria uggiosa. Non è l’incipit di una narrazione poesia, ma la cronaca di una giornata ordinaria, come la regola della nostra Repubblica. Tutto estremamente ordinario... nella sua instabilità sociale, politica e culturale. 

Tra il decreto anti-corruzione e la richiesta di disarcionare il ministro Lupi dalla poltrona delle Infrastrutture, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato qualche ora fa il 154esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Il capo dello Stato ha deposto una corona di alloro all’Altare della Patria. Insieme a lui, il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini, il ministro della Difesa Roberta Pinotti e i capi di Stato maggiore delle Forze Armate. 

Centro storico chiuso e poca gente dietro le transenne. Segno di palese disattenzione e anche di una certa disaffezione da parte degli italiani nei confronti della politica e delle istituzioni. 

Mattarella ancora non scalda. L’attesa frustrata di un qualche suo intervento tosto e ad alto livello, si sta trasformando in una disincantata rassegnazione verso tutti i simboli dello Stato. Speriamo nel futuro.

Guardando, però, alla realtà. Che Repubblica è la nostra? Una Repubblica-spezzatino, un po’ federale (la riforma del titolo V, la prossima scomparsa del Senato), un po’ presidenziale (sostanzialmente chi vince le elezioni governa, e se non ci riesce i governi sono comunque ispirati dal Quirinale, come è successo con Letta e lo stesso Renzi), e ancora parlamentare. Cioè, il peggio di tutti e tre i modelli. Per non parlare poi, dei sistemi elettorali di Comuni, Province (ancora esistenti), Regioni e Camere: tutti diversi e fortemente in contrasto tra loro.

Facciamo una domanda: qualcuno ricorda che il 17 marzo del 1861, è la data di nascita del regno d’Italia? Quando restituiremo alla monarchia sabauda e alla destra storica (Cavour, Minghetti e soci), il ruolo che spetta loro nella costruzione dell’identità nazionale? Quando riconosceremo alla dinastia la capacità di aver avviato lo Stato unitario risorgimentale e liberale? Qualcuno ricorda che le prime libertà individuali e sociali sono state codificate dallo Statuto albertino, promulgato già nel 1848 e rimasto in vigore, considerando la parentesi autoritaria del fascismo, fino al 1946? 

Qualcuno ricorda che la prima legislazione sociale a favore dei lavoratori l’ha fatta un certo Giolitti?
Troppo per un Paese e una larga fetta della nostra classe politica, schiava di schemi, smemorata, vissuta e pasciuta all’interno della guerra fredda, della, guerra civile, del professionismo degli “anti” (anticomunismo, antifascismo)? Troppo per una classe dirigente e una popolazione che ha studiato non su libri di testo obiettivi, nel nome e nel segno non della storia, ma unicamente “dell’ideologia della storia”?

Il passato è una cosa, ma la memoria è importante. E’ elemento costitutivo dell’identità di un popolo. E un popolo senza radici non ha futuro. A quando un obiettivo esame della nostra storia? Senza che ciò si tramuti in un processo storico come clava politica per definire il male e il bene, i giusti e i peccatori? A quando gli Stati generali della nostra pacificazione nazionale?

A proposito… alla luce del supremo valore della continuità della patria, Sergio Mattarella non è il dodicesimo presidente della Repubblica, ma il sedicesimo capo dello Stato italiano (aggiungendo ai presidenti i 4 re d’Italia). L’Italia, non è nata il 2 giugno del 1946, ma appunto il 17 marzo 1861.

Come da odierna celebrazione. Prima gli italiani si percepiranno come cittadini di un’unica identità collettiva, prima affronteranno crisi e momenti grigi.

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