La Fed pianifica sulle manovre Bce, è solo guerra valutaria: non ci sono colombe

17 marzo 2016 ore 13:25, Luca Lippi
Le linee guida della Fed sono molto morbide, anzi, sarebbe più corretto definirle “ammorbidite” giacché dalla sua la Yellen ha il fatto che un importante competitor in politica monetaria (la Bce) si è mossa in anticipo, è come in un campionato di calcio giocare una partita sapendo già il risultato della partita giocata dalla sua diretta rivale.
Non si comprende tutto il discorso che ha preceduto le decisioni della Fed di confermare il tasso sui Fed Funds nel range 0,25-0,5% aggiornando in senso decisamente più dolce la view sul processo di normalizzazione del costo del denaro della prima economia. In sostanza, cerchiamo di essere comprensibili, la fed valutando le mosse di Mario Draghi ha compreso che non c’è bisogno di forzare la mano e che si possono sistemare alcuni elementi negativi senza prendere decisioni troppo affrettate.
Quali sono questi elementi negativi? Almeno un paio determinanti, in tredici mesi la produzione industriale è stata negativa o pari a ZERO in ben 11 mesi su 13 e per quanto riguarda l’inflazione Usa le stime sono tutte al ribasso sulle prospettive già accreditate. E allora emerge sempre il solito discorso, dagli Stati Uniti non solo arrivano notizie quasi mai particolarmente attendibili, ma soprattutto i dati sono “maneggiati” con una frequenza tale che spesso anche i diretti interessati ne perdono il controllo.

La Fed pianifica sulle manovre Bce, è solo guerra valutaria: non ci sono colombe
Nei fatti, però, il Dollaro si svaluta sull’Euro e le Borse statunitensi ringraziano per le cortesi parole della Yellen, l’unico a doversi preoccupare nell’immediato e Mario Draghi, la Bce e l’Europa che affidandosi alla manovra straordinaria ordita da “supermario” in 24 ore vede svanire ogni effetto benefico anche fosse solamente una scarica di adrenalina da pochi secondi, purtroppo il fatto è confermato dal tonfo in corso della Borsa di Milano.
"Gli sviluppi economici e finanziari a livello globale continuano a rappresentare rischi" per l'economia statunitense, si legge nel comunicato diffuso dall'istituto guidato da Janet Yelen.  Il freno al processo di normalizzazione è riconducibile al taglio dell'outlook di crescita: il Pil della prima economia nell'anno corrente è stimato in aumento del 2,2%, contro il 2,4% precedente, mentre il tasso di inflazione misurato dal PCE (Personal Consumption Expenditures) dovrebbe segnare a fine anno un +1,2%, meno 40 punti base. 
L'indice dei prezzi, evidenzia la Fed, "negli ultimi mesi ha segnato una ripresa". Nonostante un rallentamento dall'1,4 all'1% del dato generale, a febbraio l'indice 'core', quello calcolato al netto delle componenti più volatili, è passato dal 2,2 al 2,3 per cento, il valore maggiore da quasi quattro anni (aprile 2012). Tuttavia i salari, con enorme sorpresa della Yellen non crescono al ritmo necessario, e grazie, con le prospettive all’orizzonte e la guerra valutaria in corso al ribasso chi è quel folle pronto a mettere le mani in tasca per investire in un processo produttivo? A quale costo? E a quale prospettiva di ricavo? E ci dovrebbero anche scommettere un salario (in linea generale) o aumentarlo a chi già è impiegato e di per se allo stato delle cose un peso?
Si stanno allargando troppo le disuguaglianze, o c’è una strategia oppure i manovratori hanno perso il controllo della nave.

autore / Luca Lippi
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