La Password della settimana: una prece per il Senato

17 ottobre 2015, Paolo Pivetti
La Password della settimana: una prece per il Senato
Il Senato è morto, e non proprio di morte naturale. Dicono che sia stato trasformato in qualcosa di più bello, più utile alla Comunità Nazionale, più cool, come si dice oggi. Non voterà più la fiducia né approverà le leggi. Pensate: i senatori passano da 330 a 100; saranno scelti tra i consiglieri comunali e regionali e non avranno lo stipendio. Che figata! V’immaginate quale sarà la frequenza alle sedute di gente che non percepisce uno stipendio e viene sottratta ai suoi interessi locali cioè ai consigli di regioni e comuni? Se questa non è morte del Senato, perlomeno morte cerebrale, dite voi cos’è. Il titolo di senatore sarà buono da stampare sul biglietto da visita, ed è tutto. Ora, tanto per capirci, vediamo di che stiamo parlando.

Senato, dal latino Senatus, deriva da senex: vecchio, ma nel senso di persona autorevole. Era infatti nell’antica Roma il luogo autorevole per eccellenza l’assemblea degli anziani che il popolo definiva Patres. Ecco l’origine di quello che è stato fino ad oggi il nostro Senato, la più alta delle assemblee elettive; che ritroviamo persino negli Stati Uniti d’America. Secondo la tradizione il Senato romano fu istituito da Romolo, che scelse cento membri dalla classe dei Patrizi. Chissà se la Boschi, portando nella sua riforma i senatori al numero di cento, ha pensato di collocarsi nella Storia accanto a Romolo.

Fu compito del Senato, sin da subito, eleggere i successivi re di Roma, e gestire il potere durante l’interregnum tra la morte di un re e l’elezione del successore. Nei secoli, il Senato s’identifica con la storia di Roma: Senatus Populusque Romanus. Con la Repubblica passò a trecento membri, poi a seicento con Silla fino ad arrivare a novecento ai tempi di Cesare, per essere in fine riportato a seicento da Augusto. 

Quando Costantino, nel IV secolo, trasferì la capitale da Roma a Bisanzio, che chiamò Costantinopoli, creò lì un nuovo Senato, che però non riuscì mai a soppiantare quello vero, quello romano. Ma eravamo già in un’epoca di declino. Che poi si aggravò nei tempi bui delle invasioni barbariche e si consumò dopo le Guerre Gotiche. In fine, all’inizio del VII secolo il Senato di Roma si estinse. Allora i tempi erano molto diversi da oggi, perché allora c’erano i barbari. O forse... non erano poi così diversi.

Ci sarà tempo, nelle prossime letture, o alla peggio nel referendum confermativo, per buttare all’aria questo parto mostruoso e dimostrare che la pseudo riforma, fatta passare per efficientismo decisionista, è stata una gran perdita di tempo.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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