Guerra in Siria? Intanto scoppia in Iraq...

17 settembre 2013 ore 11:12, Americo Mascarucci
Guerra in Siria? Intanto scoppia in Iraq...
Nuova scia di sangue in Iraq
. Nelle ultime ore c’è stata una spaventosa escalation di attentati in diverse città del Paese con almeno una sessantina fra morti e feriti gravi che vanno ad aggiungersi alle oltre 4mila vittime contate dall’inizio di aprile ad oggi (oltre 800 solo nel mese di agosto). Ad essere colpiti, in particolare, i quartieri sciiti, l’etnia che esprime il primo ministro e la maggioranza dei deputati che siedono in parlamento. La nuova ondata di sangue che ha investito l’Iraq porta inequivocabilmente il marchio di Al Qaeida, ma non si può continuare a parlare genericamente di terrorismo senza affrontare il problema alla radice. Come ha ricordato giustamente papa Francesco in un recente intervento, “il sangue chiama altro sangue” e questa è la logica conseguenza degli errori commessi dall’Occidente in Iraq. La caduta di Saddam Hussein ha messo fine ad un regime autoritario e tirannico, cosa che nessuno osa negare, ma è altrettanto vero che l’avvento della cosiddetta democrazia di esportazione occidentale, non è riuscita a conseguire l’obiettivo più importante, ossia quello di pacificare il Paese. Saddam andava senza dubbio processato e condannato per i crimini commessi, ma se si è contro la pena di morte per principio e si invoca il rispetto dei diritti umani, allora doveva essere lasciato in vita, magari all’ergastolo, ma non doveva finire appeso ad una forca. Perché, se è vero che una larga parte della popolazione irachena, probabilmente la maggioranza composta da sciiti e curdi non ne poteva più di Saddam e ha festeggiato la sua caduta resa possibile grazie all’intervento militare occidentale, l’ex rais godeva tuttavia del consenso di larghi settori della società, i sostenitori del partito Baath in primo luogo, i sunniti  in secondo ma anche le minoranze cristiane. Il crollo del regime baathista , laico e anti islamista, ha favorito l’ascesa al potere degli sciiti e dei curdi e la sistematica emarginazione di tutte le altre formazioni politiche, i sunniti su tutti, considerate compromesse con la dittatura. I sunniti, i baathisti ed i sostenitori del deposto dittatore non sono rimasti naturalmente immobili davanti alle vendette ed alle ritorsioni scatenate contro di loro, ed hanno reagito organizzando la lotta armata L’impiccagione di Saddam, lungi dal rappresentare la fine di un’epoca e l’inizio di un’era democratica, ha invece segnato l’avvio di una nuova, sanguinosa guerra civile, all’interno della quale, inevitabilmente, Al Qaeida e le cellule jihadiste hanno avuto buon gioco ad inserirsi. La strategia del terrore attraverso gli attentati, compiuti in larga parte con il sistema delle autobombe parcheggiate in prossimità di aree molto frequentate, scuole, ospedali, moschee, mercati, ha preso ormai da tempo il sopravvento su qualsiasi altro tipo di combattimento, con l’obiettivo di esasperare la popolazione, delegittimare l’azione del governo e creare l’instabilità permanente. I terroristi hanno infatti come principale obiettivo quello di esportare il terrore in tutta l’area medio orientale per impedire il raggiungimento della pace e della stabilità geopolitica ed è per questo che, dopo aver accuratamente soffiato sul fuoco delle proteste, si inseriscono all’interno delle tensioni in atto trasformando la lotta in terrorismo: tutto sta nel non offrire loro le condizioni ottimali per agire. In Iraq ormai il danno è fatto, forse si può ancora impedire che lo stesso errore si ripeta in Siria.  
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