Caso Ciro Esposito, non c'è più l'eroe né il mostro. La verità che non piace

17 settembre 2014 ore 9:06, Americo Mascarucci
Caso Ciro Esposito, non c'è più l'eroe né il mostro. La verità che non piace
“Felice il Paese che non ha bisogno di eroi” scriveva Bertold Brecht e l’Italia da questo punto di vista è sicuramente un Paese sfortunato perché sembra costruire eroi in quantità industriale, spesso in maniera affrettata, troppo affrettata. Così come si fa in fretta a creare gli eroi, allo stesso modo ci si affretta a creare i mostri.
Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco; nella vicenda dell’omicidio di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ferito a morte negli scontri che si sono verificati a Roma il 3 maggio scorso prima dell’inizio della finale di coppa Italia Napoli-Fiorentina ed in seguito deceduto, la vittima è solo ed unicamente il ragazzo morto, senza ombra di dubbio, e a lui e alla sua famiglia si deve il massimo rispetto. Premesso ciò è però necessario fare alcune riflessioni su come è stata oggettivamente trattata questa vicenda e stendere possibilmente si di essa un velo pietoso. Perché come spesso avviene in Italia, si è fatta passare per certa la verità raccontata sul momento, quella che sembrava favorire la maggiore attenzione mediatica e intorno alla quale inevitabilmente sono entrate in gioco tante emozioni, oltre alla passione calcistica e allo spirito “squadrista” (da intendere come sentimento di solidarietà con gli appartenenti alla stessa squadra). E così nella vicenda in questione, è bastato davvero poco per creare da una parte l’eroe (il povero Ciro) e dall’altra il mostro (ossia l’ultrà romanista Daniele De Santis l’uomo che ha sparato i colpi che hanno ucciso il tifoso  napoletano). Per giorni e giorni tutta l’Italia è stata giustamente e doverosamente  in apprensione per le disperate condizioni del ragazzo, mentre sull’altro fronte si invocava giustizia, ma sarebbe meglio dire vendetta, nei confronti del presunto assassino, l’ultrà giallorosso, il violento per antonomasia, non soltanto perché aveva sparato le pallottole che avevano ridotto Ciro in fin di vita, ma soprattutto perché erano spuntate fotografie di De Santis circondato da bandiere con la croce celtica. Quest’ultimo ricoverato in ospedale, secondo la vulgata comune, era sì ferito, ma soltanto perché i tifosi napoletani si erano difesi rispondendo alle aggressioni del romanista, che dopo aver sparato a Ciro era pronto ad aprire il fuoco anche su tutti gli altri e magari fare una carneficina. Si sa, quelli di estrema destra sono fatti così, sparano al primo che gli capita a tiro, specie se di idee politiche o di fede calcistica diversa. I funerali di Esposito si sono svolti nel rione in cui abitava in un clima di santificazione collettiva, quasi si trattasse, non di un tifoso rimasto vittima dell’odio fra tifoserie, ma di un eroe nazionale morto al servizio del proprio paese, quasi come i militari che hanno perso la vita nei territori di guerra. Poi spenti i riflettori sul clamore mediatico, mentre si discute di intitolare al giovane napoletano stadi, vie, piazze, premi alla memoria e quant’altro, ecco spuntare l’altra verità, quella degli inquirenti che nel loro lavoro di indagine non si basano sui racconti dei testimoni, ma li vanno a verificare e, cosa non secondaria, svolgono accertamenti a 360 gradi, attraverso le necessarie perizie tecniche e balistiche. E così dalle perizie degli esperti del Racis nominati dalla Procura, sarebbe emerso che De Santis in realtà quando ha sparato a Ciro, era già a terra ferito dopo essere stato accoltellato, il che lascerebbe presumere che sia stato lui per primo a subire l’aggressione. Questa eventualità non fa decadere ovviamente le sue responsabilità nell’omicidio di Esposito, ma modifica radicalmente la verità raccontata in un primo tempo; perché, se i fatti si sono svolti come stabilito dalle perizie investigative del Racis, non ci sono in questa storia né eroi, né mostri, ma una vittima certa, il tifoso napoletano, che ha pagato con la vita la sua fede calcistica, avendo la peggio in uno scontro fra tifoserie, dove la pelle ce l’avrebbe potuta lasciare lo stesso De Santis nel caso fosse stato sopraffatto e colpito con qualche coltellata di troppo. Lasciamo come sempre che sia la magistratura ad accertare i fatti e a fare giustizia, ma mai come in questo caso vale la frase di Brecht, in un Paese in cui la patente di eroe pare non si neghi proprio a nessuno.
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