Patto Al Qaeda-Isis, Scalea (Isag) : "Solo una nota di colore. L'Isis usata per pressare gli Usa"

17 settembre 2014 ore 11:00, Adriano Scianca
Patto Al Qaeda-Isis, Scalea (Isag) : 'Solo una nota di colore. L'Isis usata per pressare gli Usa'
Il riavvicinamento fra Al Qaeda e l'Isis? È solo una nota di colore”. Parola di Daniele Scalea, direttore dell'Isag (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e docente presso il master di geopolitica dell'università la Sapienza. Secondo il giovane studioso, “lo Stato islamico non può essere definito una creatura americana. Ma è certo plausibile che gli emirati del Golfo abbiano scatenato l'Isis per forzare la mano agli Usa e costringerli a intervenire in Siria”. Scalea, cosa pensa di questo appello di Al Qaeda all'Isis? «Intanto sottolineiamo che si tratta di un proclama dei rami maghrebino e yemenita di Al Qaeda. Non, quindi, dei gruppi che operano nello stesso settore dell'Isis. E poi l'appello a mezzo stampa è singolare. In definitiva mi sembra poco più che una nota di colore. Sarebbe semmai importante sapere cosa fanno i nuclei di Al Qaeda in Iraq e Siria. A quanto mi risulta non c'è stato alcun avvicinamento, lì». Sull'Isis esiste una vasta letteratura, in internet, che parla di una creatura tout court americana. Ma anche senza cadere in questi eccessi complottisti, resta il fatto che il movimento, alla sua nascita, denota una certa opacità... «Sono gruppi che hanno sempre una dimensione di opacità, proprio per il modo in cui si muovono e operano. Personalmente scarto l'idea più radicale e complottista secondo cui gli Usa o Israele avrebbero creato l'Isis dal nulla per poter intervenire in Siria. Anche perché Obama, se avesse voluto, sarebbe potuto intervenire lo stesso in Siria. Resta il fatto che questo gruppo ha comunque giocato un ruolo nel modificare l'atteggiamento americano». Se non l'hanno creato, gli Usa l'hanno però forse almeno tollerato, all'inizio... «Quello che sappiamo è che gli Usa hanno fornito armi e supporto logistico e finanziario ai ribelli siriani, di cui faceva parte anche l'Isis. Inoltre hanno tollerato il fatto che Arabia Saudita e Qatar facessero anche qualcosa di più». Dopo Al Qaeda, sostenuta agli inizi in funzione anti-sovietica, l'Isis: possibile che una nazione machiavellica come gli Usa cada due volte nella stessa ingenuità? «Non credo sia ingenuità. Facciamo un esempio più chiaro, pensiamo al ruolo dell'Arabia Saudita. I sauditi finanziano notoriamente i gruppi estremisti wahabiti e salafiti. Li utilizzano per i loro scopi. Poi, a un certo punto, ne perdono il controllo, perché magari non gli servono più e contemporaneamente questi movimenti cominciano a vedere anche Riad come regime corrotto da combattere. Nonostante questo, i vantaggi che gli estremisti portano ai sauditi sono comunque superiori agli svantaggi, quindi dal loro punto di vista ne vale comunque la pena. Ecco, credo che questa sia la dinamica». Niente complotti, quindi? «Se parliamo dell'Isis come creatura americana, io non ci credo. È però plausibile che qualche emirato abbia scatenato l'Isis per forzare la mano agli Usa e costringerli a intervenire contro i propri nemici, come per esempio Assad». La guerra al terrorismo dichiarata da Obama qualche giorno fa cambia lo scenario? «Non è un momento di svolta nella strategia americana globale, lo è per quanto riguarda l'approccio americano in Siria. Credo che difficilmente Obama si limiterà a colpire l'Isis. Del resto hanno già detto che daranno le armi ai ribelli laici. L'attacco all'Isis avrebbe potuto determinare un allineamento con Assad e una normalizzazione dei rapporti con l'Iran. Non l'hanno fatto e credo che ora punteranno contro Assad». L'altra zona calda del momento è la frontiera russo-ucraina. Ci sono collegamenti con la strategia americana contro l'Isis? «L'azione americana in Siria e Iraq mi sembra che risponda ad altre logiche, in Ucraina la situazione è molto chiara: si vogliono avvicinare le basi Nato alla frontiera con la Russia. Sono due casi diversi. Ma un collegamento, nel grande quadro, c'è sempre, gli americani non hanno strategie per compartimenti stagni».  
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