Profughi, Alfano apre gli hotspot. Ma il problema è l'identificazione

17 settembre 2015, Marco Guerra
Profughi, Alfano apre gli hotspot. Ma il problema è l'identificazione
Lungo la rotta balcanica prosegue il braccio di ferro tra i migranti e il governo ungherese. Ieri gli scontri lungo il confine ad Horgos. Idranti, gas lacrimogeni e spray orticante sono stati usati dalla polizia magiara per fermare centinaia di profughi che cercavano di sfondare la barriera di filo spinato. Il bilancio di una giornata di tensioni è di almeno 300 migranti e 20 poliziotti rimasti feriti.

Non si piega però la fermezza del presidente Orban, il quale ha annunciato la volontà di estendere il muro anche lungo i confini con la Romania e la Croazia. La nuova strada verso il cuore dell’Ue passa, infatti, proprio per il territorio croato, sul quale fra l’altro si segnala il rischio delle mine presenti nelle campagne limitrofe alla Serbia, una vecchia eredità della guerra degli anni ’90. Solo ieri le autorità di Zagabria hanno contato circa 1200 ingressi, ne attendono almeno 4000 nei prossimi giorni.

L’onda di disperati potrebbe arrivare quindi anche in Slovenia; Lubiana ha messo quindi le mani avanti rendendo noto che non creerà corridoi verso altri Paesi Ue ma esaminerà le richieste di asilo.

Tuttavia, la vera sfida europea ora si gioca sui cosiddetti ‘hotspot’, i centri di accoglienza gestiti da quattro agenzie dell’Ue e dalle autorità locali che dovrebbero essere attivati a giorni in Grecia e Italia, Paesi di approdo dei migranti. La Merkel e gli altri capi di Stato europei insistono sull’immediata operatività di queste strutture. Dal primo ottobre l’Italia “è pronta a partire con gli hotspot”, ha risposto il ministro dell'Interno Angelino Alfano, intervistato dal Tg3. Ma “contemporaneamente – ha sottolineato capo del Viminale - vogliamo che si realizzi la redistribuzione in Europa dei 24.000 migranti sui quali c'è già l'accordo e vogliamo anche che ci siano i rimpatri”. 

Al momento, però,  non è chiaro come sarà possibile obbligare i migranti a effettuare le operazioni di identificazione, registrazione e rilevamento delle impronte, distinguendo tra chi ha diritto alla stato di rifugiato e chi no. Finora, infatti, la polizia italiana non ha potuto costringere i richiedenti asilo a dare le proprie generalità. Inoltre le Ong impegnate nell’assistenza dei migranti lanciano i primi moniti: gli hotspot non possono essere centri chiusi, va garantita la mobilità del profugo e non possono essere usati metodi coercitivi per la foto segnalazione e la raccolta delle impronte. 

Insomma, il rischio è che di nuovo tutti cambi perché nulla cambi.

autore / Marco Guerra
Marco Guerra
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