Germania sbadata: chi pagò la riunificazione?

18 agosto 2015, Luca Lippi
Germania sbadata: chi pagò la riunificazione?
La “guerra” alla Germania nasce con l’innalzamento dello spread a comando avvenuto in Italia per favorire il commissariamento del Paese a farsi sussidiare dalla Troika, all’epoca rappresentata dal primo governo tecnico non democraticamente eletto, seguito alle dimissioni dell’altrettanto inviso governo Berlusconi.

Quest’acredine nei confronti della Germania sale ulteriormente quando il ministro delle finanze tedesco non perde occasione per stare in silenzio, e invoca maggiore rigore nei confronti dei paesi “meno virtuosi” dell’Unione che godono degli aiuti della Bce che sarebbe (?) la cassa comune dell’UE. 

Inevitabilmente, cercando un responsabile a tutti i costi o un nemico che non sia la presa di coscienza delle proprie responsabilità, regolarmente esce fuori il discorso dell’unificazione della Germania. Vediamo dunque chi pagò realmente l’unificazione della Germania cercando di mettere “un punto” sulla questione che spesso è dibattuta senza il conforto di una corretta informazione.

Il costo dell’unificazione è stato stimato in 1400 miliardi. Helmuth Kohl che voleva essere a tutti i costi “l’uomo dell’unificazione”, sfidò la Bundesbank imponendo la parità tra il potentissimo marco e la moneta dell’Est, che sul mercato nero venivano scambiati 10 a 1. Il cancelliere giustificò la scelta ai burocrati della banca centrale imponendo la questione morale a vantaggio di quella finanziaria, in sostanza la riunificazione del popolo tedesco andava oltre ogni principio economico (un principio che i tedeschi nel giro di pochi anni hanno dimenticato quando necessitava per l’unione dei popoli europei).

Per operare un contenimento delle massicce iniezioni di moneta da parte della banca centrale tedesca, la stessa adottò tassi altissimi (10%, siamo nel 1993) controllando l’inflazione. All’epoca, era ancora in funzione lo Sme, e qui necessita rispolverare la memoria dei più giovani. 

Lo Sme era il sistema monetario europeo entrato in vigore il 13 marzo 1979 e sottoscritto dai paesi membri dell’allora Comunità Europea (ad eccezione della Gran Bretagna, entrata nel 1990), costituì un accordo per il mantenimento di una parità di cambio prefissata (stabilita dagli Accordi di cambio europei), che poteva oscillare entro una fluttuazione del ±2,25%. Nel caso di eccessiva rivalutazione o svalutazione di una moneta rispetto a quelle del paniere, il governo nazionale doveva adottare le necessarie politiche monetarie che ristabilissero l'equilibrio di cambio entro la banda di fluttuazione.

In quella economia pre-euro, retta dal meccanismo dello Sme, i rialzi dei tassi decisi a Francoforte si riverberarono quasi automaticamente sulle altre monete, traducendosi in recessione per molte economie. 

Mario Monti, all’epoca rettore della Bocconi, convocato alla commissione bilancio e tesoro dichiarò “il 1992 è stato per la Cee un anno di disavanzi pubblici elevati anche a causa della unificazione tedesca”. A causa di questo evento, l’Italia (insieme alla Gran Bretagna) nel 1993 l’Italia fu costretta ad abbandonare lo Sme.

Questo significa che l’Italia insieme ad altri paesi allora aderenti allo Sme, ha dato molto per sussidiare i Lander della Germania dell’Est, tanto che ha rasentato il default e quindi ha dovuto abbandonare l’aggancio al cambio fisso allora denominato Ecu (è come se la Grecia avesse dichiarato il Grexit). E’ però intellettualmente corretto anche ricordare che finchè l’Italia è rimasta agganciata allo Sme ha ricevuto moltissimi finanziamenti per il Mezzogiorno nei quali vi erano anche risorse finanziarie della Germania europea.
Tuttavia, non abbiamo fatto mancare la solidarietà alla Germania di Helmuth Kohl, e questo a tutto vantaggio della Ddr di Angela Merkel (l’attuale cancelliera viene dalla Germania dell’Est) che invasa da deficit mnemonici non ha ammesso sconti alla Grecia sull’orlo del baratro.

Sono sue le seguenti parole “Si parla troppo di condivisione del debito e poco delle riforme strutturali … è avventuroso parlare di crescita sostenibile senza pensare al rigore di bilancio”. Gentilissima Frau Merkel, lei forse era dietro il “muro” e non poteva sapere, ma venticinque anni fa c’erano cose in Germania che non avevano prezzo! 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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