La carica dei duecento Franco (Marini) tiratori

18 aprile 2013 ore 14:23, Lucia Bigozzi
La carica dei duecento Franco (Marini) tiratori
Dai franchi tiratori ai tiratori franchi. Nell’ultimo scorcio della seconda Repubblica c’è anche questa new entry. Come Un tempo si dichiarava fedeltà alla linea del segretario, poi  nel segreto dell’urna si guerreggiava a colpi di voti per disarcionare gli avversari interni, spaccare, rivendicare poltrone e incarichi, misurare il peso delle correnti. Oggi si dice prima e a viso aperto, possibilmente in un talk televisivo che fa tanto figo; oppure sulla Rete – da Twitter a Facebook – che fa tanto community.
I franchi tiratori sono da sempre la ‘bestia nera’ di qualsiasi maggioranza studiata a tavolino, di qualsiasi accordo giocato sulle convergenze politico-istituzionali, talvolta strumentali, talvolta necessarie. La storia si ripete nell’anno di grazia 2013. Sono ancora i numeri a fare la differenza a impallinare al primo round la candidatura che sembrava blindatissima. I numeri dell’accordo Pd-Pdl erano 724 voti. Dallo scrutinio ne sono usciti 522 il che significa che sono mancati all’appello circa duecento voti. E il paradosso è che le pattuglie di franchi tiratori – tempo partito trasversale – oggi allignano tutte nelle file della sinistra. I renziani, fedeli alla regola del no a Marini, hanno perlopiù optato per le schede bianche, mentre i vendoliani si sono concentrati su Rodotà in tandem coi grillini. Se continua così, l’alleanza Pd-Sel è finita sull’altare di Marini. I duecento voti che mancano all’appello sono una cifra consistente per capire che, forse, la candidatura dell’ex sindacalista è già ridiscesa dal Colle. I maldipanci, specie tra i piddini, si sono fatti sentire: c'è chi ha votato Massimo D'Alema, chi Giorgio Napolitano, chi Emma Bonino, chi, Romano Prodi. E c'è perfino chi ha scelto per il Colle Veronica Lario, ex first lady di Silvio Berlusconi. Mutuato dal lessico francese il termine in questione descrive e definisce chi rompe gli ordini di partito, tradisce la regola stabilita. Ed è soprattutto per l’elezione del capo dello Stato che l’esercizio ha la sua massima estensione. E’ stato così per Amintore Fanfani nel lontano 1971, candidato ‘unitario’ della Dc: non ce la fece per nove voti e pensare che sulla carta aveva una maggioranza blindata. Accadde così anche per La Malfa e Moro, battuti sul tempo – grazie al fuoco di fila dei franchi tiratori – da Giovanni Leone. Oggi, tocca potrebbe toccare la stessa malevola sorte anche a Marini che già nel 2006 era in lizza per il Colle, ma fu azzoppato dallo sgambetto di D'Alema. I due compagni di partito non si parlarono per due anni.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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