La parola della settimana: Genocidio. Origine e storia

18 aprile 2015, Paolo Pivetti
La parola della settimana: Genocidio. Origine e storia
Se potesse rendersi conto del clamore suscitato oggi dalla sua invenzione, Raphael Lemkin, avvocato polacco del Novecento (1900 - 1959) non avrebbe che da esserne soddisfatto. Fu lui infatti a coniare il termine genocidio, la parola che in questi giorni agita il mondo, i mezzi d’informazione, le assemblee, i governi. 

Correva l’anno 1944; sotto i suoi occhi avveniva l’Olocausto compiuto dai nazisti; ma prima ancora Lemkin aveva lungamente studiato e fissato nella memoria lo sterminio degli Armeni ad opera dell’Impero turco ottomano: più d’un milione di morti tra il 1915 e il 1917. 

Simili crimini, crimini contro il Genere Umano e contro la sua stessa sopravvivenza, volevano secondo Lemkin una denominazione nuova rispetto all’antico vocabolario della disumana ferocia. I concetti di strage, massacro, sterminio o simili non bastavano. Bisognava definire con una parola nuova, coniata apposta, gli atti commessi secondo un disegno politico criminale volto a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, e a determinarne la scomparsa sia fisica che culturale. 

Così in un suo saggio del 1944 apparve la parola genocidio, parola moderna, anzi attualissima ma da lui composta con strumenti lessicali antichi: il termine greco genos che significa genìa, razza, stirpe più il verbo latino caedo, tagliare, da cui ob-caedo, poi occido cioè uccidere, trucidare. 

L’11 dicembre 1946 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe il crimine di genocidio come una “negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri”. Il 9 dicembre 1948 fu adottata dall’ONU la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

Tutti questi antefatti ci fanno capire la portata della denuncia pronunciata solennemente in san Pietro da Papa Francesco, sul genocidio degli Armeni, il primo dei tre grandi genocidi del XX secolo, da lui definito “immane e folle sterminio” e tragedia inaudita. 
Dunque la massima autorità religiosa del Cattolicesimo trova conforto e sostegno proprio in un documento della laica ONU per esprimere “con cuore trafitto dal dolore” la sua denuncia. E tutto questo spiega la reazione violenta, fuori da ogni confine del linguaggio politico, del presidente turco Erdogan, sotto elezioni e in piena deriva islamista: respinge duramente l’accusa aggiungendo: “Avverto il Papa di non ripetere questo errore e lo condanno.” 

E si vocifera di forti pressioni sull’amministrazione americana per evitare che, dopo il Papa, anche Obama usi la parola genocidio, “la parola che Ankara non vuol sentire”.

Nel corto circuito politico-mediatico emerge Il Parlamento europeo che, elogiando il messaggio di Papa Francesco, riconosce il genocidio degli Armeni, e invita la Turchia ad approfittare del centenario che ricorrerà il 24 aprile prossimo per avvicinarsi al riconoscimento, anche con l’apertura degli archivi.

Ancora una mano in difesa di una fede perseguitata da un’istituzione ultra laica. Bella cosa, coi tempi che corrono.

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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