Tutti alla corte (post mortem) di Craxi. Compresi i “carnefici”

18 dicembre 2013 ore 12:19, Americo Mascarucci
Tutti alla corte (post mortem) di Craxi. Compresi i “carnefici”
Tutti alla corte (post mortem) di Bettino Craxi. E’ uscito il libro di Nicolò Amato, magistrato, ex direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dal titolo emblematico: “Bettino Craxi, dunque colpevole”.
Il libro contiene una prefazione di Vittorio Feltri con la quale, l’ex direttore del Giornale e di Libero, fa una seria autocritica. Ricorda gli anni in cui, da direttore dell’Indipendente, cavalcò il sentimento giustizialista degli italiani, contribuendo alla “caccia al cinghialone”. Ammette di aver sbagliato, di aver creduto che l’operato di Antonio Di Pietro e dello storico pool di mani pulite fosse rivolto unicamente a combattere la corruzione a 360 gradi, senza altra finalità che quella di punire i ladri e restituire onore e credibilità alle istituzioni italiane. Feltri oggi si dichiara in parte pentito per aver alimentato il consenso intorno a Di Pietro e al pool, e ancora di più per non aver compreso che Craxi veniva colpito, come sostiene Amato nel libro, non per le sue effettive responsabilità penali, ma in quanto leader politico non congeniale agli interessi della sinistra ex comunista. Una tesi che, ad oltre venti anni dalle monetine lanciate all’uscita del Raphael, ormai è considerata una sorta di “verità storica”, condivisa da una larghissima fetta di opinione pubblica italiana. E Feltri non è stato certo l’unico, né sarà l’ultimo, a dover riconoscere di aver sbagliato il giudizio sui fatti del 1993. Oggi sono in molti a considerare Craxi un antesignano del socialismo riformista alla Tony Blair, un modello pressoché consolidato nella cosiddetta socialdemocrazia europea. Il leader socialista, morto nel 2001 in Tunisia, cercò di realizzare ed affermare questo modello, quando il comunismo era ancora in vita e continuava ad egemonizzare gran parte della sinistra europea. Fra le tante critiche rivolte a Craxi c’è quella di aver fatto entrare i comunisti italiani nell’Internazionale Socialista. Bettino pensava in questo modo di poter gestire la transizione dell’ex Pci nell’ambito del riformismo socialista e di guidare, da leader, la costruzione di una moderna forza di ispirazione socialdemocratica, capace di riunire in Italia tutte le formazioni di orientamento socialista. Non immaginava che, proprio gli ex comunisti, sarebbero diventati i suoi “carnefici” con il chiaro intento di ereditarne il progetto, costruendo un socialismo craxiano senza Craxi. Quanto, parte della magistratura italiana, è stata realmente funzionale a questo disegno? Certamente lo strabismo del pool mani pulite non è un’invenzione giornalistica. Chi sarebbe davvero pronto oggi a mettere la mano sul fuoco sull’imparzialità di quei magistrati, dal momento che quelli più in vista, i Di Pietro, i D’Ambrosio, i Colombo, sono poi finiti in politica proprio al fianco dei “carnefici” di Craxi? Anche la destra italiana subì il fascino del giustizialismo. Nell’allora Movimento Sociale Italiano il garantismo di Giulio Maceratini e pochi altri, fu travolto dalle pulsioni forcaiole di Mirko Tremaglia, uno che si era illuso di poter trasformare Di Pietro nell’Almirante del terzo millennio. Se vogliamo dirla tutta anche Silvio Berlusconi è poco credibile come difensore di Craxi. Le sue televisioni contribuirono all’esaltazione del pool e di Di Pietro in particolare (memorabili i collegamenti di Emilio Fede con Paolo Brosio sempre fisso davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, sfidando qualsiasi avversità climatica pur di esaltare le gesta della Procura), e lui stesso nel 1994 tentò di arruolare l’eroe simbolo di mani pulite nel suo primo governo. Quei pochi giornalisti come Filippo Facci che all’epoca provarono a fare un’informazione controcorrente, per molto tempo subirono una sorta di ostracismo, trattati come appestati dai colleghi e relegati a scrivere su giornaletti quasi sconosciuti (fino a quando il vento non cambiò e allora certe inchieste giornalistiche su Di Pietro, condotte quasi in solitudine, diventarono improvvisamente di rilevante interesse). Oggi di fronte al libro di Amato sono tanti, troppi, quelli pronti a giurare sui propri figli di non aver partecipato alla caccia contro il “leone ferito”, al punto che viene spontaneo chiedersi: “Ma allora, a tirare le monetine chi ci stava oltre a Franco Fiorito”?
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