In Brasile stop a WhatsApp per 48ore, ma non è il solo: dove e come succede

18 dicembre 2015 ore 10:48, Luca Lippi
In Brasile stop a WhatsApp per 48ore, ma non è il solo: dove e come succede
È stato un problema di lobby quello relativo alla sentenza del giudice di san Paolo del Brasile che ne ha ordinato la sospensione del servizio per 24 ore in tutto il Paese. Ne abbiamo parlato nel dettaglio qui. In Brasile WhatsApp, che è di proprietà di Facebook, è l’applicazione più usata in assoluto, con circa 93 milioni di utenti in tutto il paese. Secondo le compagnie telefoniche brasiliane il servizio sarebbe illegale e strumento di pirateria pura. Eduardo Cunha lobbista delle società di telecomunicazioni, è fra i fautori della revoca all'internet libero provvedimento fortemente voluto dal governo della presidentessa Rousseff per garantire ampia libertà di espressione attraverso la libera circolazione di tutto il traffico internet. Il Congresso starebbe studiando forti limitazioni all'utilizzo di internet con l'introduzione di misure repressive utili a scoraggiare il traffico via social approfittando per altro della profonda crisi economica in cui versa il Paese e della caduta di popolarità della presidentessa verso la quale è stata addirittura aperta dal Congresso brasiliana la procedura di messa in stato d'accusa.
 
Insomma l'oscuramento di Whatsapp sarebbe soltanto il primo passo verso quella drastica riduzione di internet e dei social che tanti in Brasile stanno cercando di attuare con l'introduzione di norme limitative e sanzioni punitive. E le compagnie telefoniche gongolano. Nei fatti però è in apparenza una questione tutta commerciale, lo scandalo è nella limitazione delle libertà personali degli utenti e non è neanche il primo caso e non sarà l’ultimo. Gli altri fenomeni di oscurantismo 2.0: ci sono paesi in cui i social (Facebook appunto, Twitter, YouTube) sono assenti, censurati o molto controllati. In Turchia, ad esempio, sono stati temporaneamente bloccati il 6 Aprile Facebook e Twitter al fine di contrastare la diffusione della foto del pm Mehmet Selim Kiraz (poi deceduto in sala operatoria) tenuto in ostaggio da due militanti del Dhkp-C; mentre questi due social sono stati poi resi di nuovo accessibili, YouTube – con cui sono stati avviati colloqui – resta oscurato. Già nel 2014 i social erano stati bloccati per impedire la diffusione di materiale compromettente sul governo del presidente Recep Tayyip Erdogan. E’ poi più recente, il caso di oscuramento delle tv e di canali internet in occasione della campagna elettorale, con motivazioni assai poco credibili esaltazione della recidiva di Erdogan. 
Altro caso emblematico è quello iraniano: dei 77.176.930 milioni di abitanti 12 sono quelli registrati su Viber, 9 su Whatsapp e più o meno 4.5 gli utenti presenti su Facebook. Il problema è che in Iran è, di fatto, presente la censura totale sui social.
Anche in Cina la situazione è particolare: i social network occidentali sono oscurati dalle autorità in favore di portali autoctoni come Renren, notissimo in Cina e in Giappone, creato nel 2005, o Tencent’s Weibo, che offre un servizio di microblogging. I provvedimenti del governo cinese per quanto riguarda la censura dei social non sono – al contrario di quanto avviene in Iran – completamente repressivi: sono infatti tollerati i post contro il governo e i suoi leader ma i commenti e i post che si riferiscono ad azioni collettive come raduni in piazza o altre manifestazioni pubbliche sono assolutamente vietati.
Non è possibile negare l’enorme potenza dei social ed è innegabile che deve essere esercitato su di essi un certo livello di controllo ma è altrettanto innegabile che vanno garantite e rispettate la libertà di pensiero e d’espressione dell’uomo. Interessante sarebbe provare a rispondere a questa domanda: il mondo era realmente pronto per i social?

autore / Luca Lippi
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