Le ombre sulla democrazia: dove e come si infittiscono

18 dicembre 2015 ore 11:04, intelligo
Le ombre sulla democrazia: dove e come si infittiscono
di Alessandro Corneli

Il principio democratico (democrazia = potere del popolo) si applica in due modi: diretto e indiretto (o rappresentativo). Ma né l’uno né l’altro sono privi di ombre. 
La democrazia diretta è semplice e si riduce alla formula referendaria in cui il popolo viene chiamato a pronunziarsi su un’alternativa secca. Ma ci sono molte ombre. La prima è che certi temi, come la politica estera (quindi inclusa una bazzecola come la dichiarazione di guerra) o la politica fiscale, sono di solito esclusi e non possono essere oggetto di referendum. La seconda è che il referendum può essere solo abrogativo nel senso che convalida o respinge una legge votata dal Parlamento. La terza è che alcuni organi costituzionali decidono se, su una data questione, si possa o no tenere un referendum. La quarta è la condizione del superamento di un certo quorum (di partecipazione o di voti validi) perché il referendum sia valido. La quinta è il tempo che viene frapposto tra la decisione di andare a referendum e lo svolgimento dello stesso: e il tempo, si sa, smorza le passioni. La sesta è l’organizzazione della propaganda, cioè i tempi e i modi della comunicazione politica per informare gli elettori. Infine, non meno importante, è l’indicazione di voto delle organizzazioni, politiche o civili, che sono interessate all’esito del referendum stesso e che quasi sempre risulta decisiva per il risultato. In conclusione, la democrazia diretta o referendaria risulta ben avviluppata da lacci e lacciuoli i cui capi sono tenuti in mano dalle forze politiche in senso lato.
La democrazia diretta è stata identificata con la “democrazia degli antichi”, con riferimento ad Atene e Roma. Ma bisogna stare attenti. Anzitutto scorreva molto denaro e sia in occasione delle elezioni alle diverse cariche pubbliche, sia in occasione dell’approvazione di leggi, i candidati e i partiti beneficiavano in vario modo i cittadini. In secondo luogo, in assenza dei mass media, l’opinione pubblica si appassionava ai processi che avevano un alto contenuto politico, attraverso i quali alcuni aspiranti leader potevano emergere (così Giulio Cesare acquistò notorietà e fece grossi debiti per ottenere gli incarichi, e lo stesso Cicerone) o altri leader potevano essere attaccati dagli avversari (come accadde a Pericle ad Atene). Se è vero che le cariche, in genere di durata annuale, ruotavano, di fatto erano appannaggio di poche grandi famiglie che gestivano orde di clientes.
Veniamo alla democrazia rappresentativa o indiretta. Fin dall’inizio – Stati Uniti, 1776 – essa si fonda sul principio di rappresentanza. I cittadini eleggono i loro rappresentanti e poi sono questi a prendere le decisioni. Si sostiene che, se essi non mantengono gli impegni presi, poi vengono puniti dagli elettori alle successive elezioni. Ma non è così. I presidenti americani Wilson e Roosevelt furono eletti facendo intendere che avrebbero tenuto il Paese fuori dalla guerra, rispettivamente la prima e la seconda guerra mondiale; ma erano decisi a fare il contrario, e lo fecero. Ne segue che la democrazia rappresentativa si fonda essenzialmente sulle promesse, ma gli eventi successivi al voto e il tempo che passa tra un’elezione e l’altra sono antidoti efficaci per la memoria.

La prima ombra sulla democrazia rappresentativa è l’assemblearismo. I deputati eletti su una lista e con un programma, una volta arrivati in Parlamento, possono cambiare partito e opinione. Nel glorioso Parlamento britannico, che non è a forma semicircolare, ma presenta due tribune contrapposte, è sufficiente attraversare lo spazio che le separa per ratificare il passaggio da un partito all’altro. Per quanto si voglia credere nella buona coscienza, politicamente si tratta di puro e semplice trasformismo che da origine a maggioranze variabili in funzione delle circostanze e delle convenienze. Nella sostanza, l’assemblea assorbe tutta la sovranità.
La seconda ombra, analizzata già oltre un secolo fa, è la sua pretesa degenerazione in partitocrazia. Ma non si tratta di degenerazione vera e propria bensì di una naturale conseguenza dell’estensione del suffragio che ha portato alla ribalta, e quindi al potere, i partiti di massa. Come ai tempi dell’antica Roma, è stato facile misurare il costo di ciascun voto con la conseguenza che i partiti, di governo e di opposizione, hanno utilizzato il controllo delle istituzioni e della società civile per favorire i propri sostenitori e allargarne il numero il più possibile perché, in democrazia, “i voti si contano” per cui, in modo diretto o indiretto, possono essere comprati. Fin qui vale in principio di concorrenza e il marketing politico fa scuola. Ma la partitocrazia significa ben altro: la progressiva politicizzazione di tutte le istituzioni dello Stato, anche di quelle che dovrebbero restare fuori dai giochi politici. Il meccanismo dello “spoil system”, messo in pratica negli Stati Uniti, consiste nella nomina, da parte del candidato del partito che vince le elezioni presidenziali, di alcune migliaia di alti funzionari che mettono in pratica la politica dell’Amministrazione. Alcuni sostengono che questo è un fatto positivo perché le decisioni del Governo non incontrano la resistenza di burocrati inamovibili. Lo stesso, anche se in modo più felpato, avviene nelle democrazie europee. Ma la scomparsa della figura del funzionario dello Stato fa cadere i limiti ai conflitti d’interesse e al perseguimento degli interessi privati a spese degli interessi pubblici, ridotti a una formula vuota.
L’ombra più cupa sulla democrazia rappresentativa riguarda il sistema elettorale, sulla cui elaborazione si è sbizzarrita la fantasia dei politici e dei tecnici al loro servizio. In sostanza, il sistema elettorale deve tradurre il numero di voti (spesso alcuni milioni) raccolti da un partito in un molto più ristretto numero (alcune decine o centinaia) di rappresentanti eletti, cioè di seggi. Una soluzione semplice sarebbe quella di considerare su base nazionale tutti voti di ciascun partito e assegnare i seggi in proporzione: il partito che ottiene il 40% dei voti ha il 40% dei seggi; il partito che ottiene il 20% dei voti ha il 20% dei seggi; il partito che ottiene il 5% dei voti ha il 5% dei seggi. Sarebbe, questa, una soluzione molto democratica, rispettosa della volontà dei cittadini. Ma non è applicata. Per la semplice ragione che, con il suffragio universale, i partiti sono generalmente presenti su tutto il territorio, ma con pregnanza diversificata, per cui ciascuno vuole trarre il massimo vantaggio nelle zone dove è più forte e difendersi al meglio in quelle in cui è più debole.

Per ottenere questo risultato, il meccanismo escogitato è quello del collegio elettorale, cioè la suddivisione del territorio in un certo numero di collegi, a ciascuno dei quali corrisponde un dato numero di seggi. Più il collegio è piccolo, meno sono i seggi disponibili per cui risultano favoriti i partiti maggiori (eccetto quelli a radicamento locale/regionale pronunciato). Qui si dànno due possibilità: sistema maggioritario e sistema proporzionale. Anche in questo caso, c’è un modello assoluto e uno relativo. Quello assoluto è tipico del Regno Unito: ogni collegio ha in palio un solo seggio e chi ottiene più voti nel collegio lo conquista ; tutti gli altri voti sono “perduti”. Ad esempio, se ci sono 500 collegi e 4 partiti e un partito risulta primo dappertutto, anche solo con il 30% dei voti contro il 28% del secondo, il 25% del terzo e il 17% del quarto, conquista tutti i 500 seggi. Ma può anche accadere che nessun partito conquisti la maggioranza in Parlamento. Aggiungiamo che questo meccanismo può essere a un turno o a due turni. In questo secondo caso, scattano le alleanze e le desistenze: in vista del ballottaggio, i partiti possono accordarsi per fare confluire i loro voti su un solo candidato. Il sistema funziona se gli elettori seguono le indicazioni dei partiti e in questo caso si avvicina al modello inglese, passando dalla logica proporzionale a quella maggioritaria. È successo il 13 dicembre scorso in Francia: gli accordi presi tra il secondo e il terzo partito hanno consentito di sconfiggere i candidati del partito che, al primo turno, aveva ottenuto più voti. Il modello proporzionale classico ripartisce i seggi ini collegi che mettono in palio parecchi seggi ma, attraverso metodi di calcolo abbastanza complicati, in genere favorisce i partiti maggiori, consentendo però anche ai partiti minori di prendere qualche seggio. Ad esempio, in Italia, durante la Prima Repubblica, alle elezioni del 1976, la Dc ottenne mediamente un seggio con poco più di 54mila voti e il Pci con poco più di 55mila voti, ma al Pri, per ottenere un seggio, ne occorsero 81mila e ai Radicali 98mila. Poco è cambiato nella Seconda Repubblica. Con il cosiddetto Mattarellum, furono premiati i partiti che si presentavano collegati e penalizzati quelli che si presentavano da soli. Con il Porcellum, nel 2006, l’Unione di Prodi ottenne 33 seggi in più rispetto a quanti ne avrebbe ottenuti con un proporzionalismo calcolato su base nazionale, e la CdL di Berlusconi ne ottenne 29 in meno. Quando infine entra in gioco il premio di maggioranza, si ha l’effetto di favorire mega-alleanze poco omogenee (che poi rischiano di aprire la strada all’assemblearismo e al trasformismo o di implodere) ma tutto è subordinato alla conquista del premio, rendendo sempre più trascurabili le differenze “di partito” degli elettori.

L’importanza della legge elettorale non sfugge evidentemente ai partiti che si impegnano a formularla nel modo che essi ritengono più favorevole ai loro interessi, costruendo delle specie di corsie obbligate entro le quali gli elettori vengono convogliati. Ciò spiega le dispute sui sistemi elettorali e l’accanimento con cui ciascun partito difende il proprio modello. Come se questo non bastasse, c’è un’ultima ombra da ricordare e riguarda la delimitazione dei collegi, un atto amministrativo con conseguenze politiche importanti, che di solito sfugge agli elettori. Si consideri, ad esempio, un’area fortemente urbanizzata che metta in palio 10 seggi. Supposto che gli elettori “di destra” siano più numerosi nell’area del centro storico e in una o due zone periferiche tendenzialmente esclusive, e gli elettori “di sinistra” siano più numerosi nei quartieri limitrofi a quelli centrali e nelle periferie-dormitorio, scorporando un quartiere ed aggregando una sua parte ad un altro, si possono prefigurare, almeno a grandi linee, determinate maggioranze. Questa tecnica si chiama gerrymandering, dal nome del governatore Gerry del Massachussetts, che tra i primi l’aveva applicata nel 1812, dando ad un collegio l’insolita forma di una salamandra.
Con tutti questi espedienti – ne abbiamo elencati solo i principali: bisognerebbe aggiungere il ruolo dei massa media e di chi li controlla, il leaderismo carismatico esasperato, le campagne di “distrazione” di massa provocate da scandali o processi o fatti di cronaca, il lobbismo legittimato a tutti i livelli – a che cosa si riduce la democrazia? Il fatto che, ormai, in molti Paesi, alle urne si rechi tra il 50 e il 60 per cento degli elettori, è un segnale inquietante. Al primo turno delle recenti elezioni regionali in Francia, pure altamente politicizzate, l’affluenza alle urne è stata del 49,91%, cresciuta al secondo turno al 58,41%. Che cosa significano, in questo caso, la vittoria degli uni e la sconfitta degli altri? Chi ha perso di sicuro è stata la democrazia. A causa dei suoi trucchi.

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