L’Europa svolta a destra con gli emuli di Le Pen. Euroscettici alla conquista di Strasburgo

18 febbraio 2014 ore 11:17, intelligo
L’Europa svolta a destra con gli emuli di Le Pen. Euroscettici alla conquista di Strasburgo
di Marco Guerra
Secondo i sondaggi, le forze nazionaliste raddoppieranno la presenza nel prossimo parlamento Ue. Moneta unica e austerità resisteranno all’avanzata delle destre?
 
“Un fantasma si aggira per l’Europa…” scriveva così Marx nel suo manifesto del 1848 riferendosi  al dilagare dell’ideologia comunista; oltre un secolo e mezzo dopo, gli spettri che agitano le cancellerie del vecchio continente arrivano da destra. Secondo tutti i sondaggi, infatti, il parlamento di Strasburgo che uscirà dalle elezioni del 24 maggio vedrà più che raddoppiata la presenza dei partiti pulisti, anti-euro, anti-immigrazione e accessi sostenitori della sovranità degli Stati nazionali. Probabilmente la pattuglia non sarà nutrita al punto da poter bloccare i lavori dell’emiciclo ma è facile prevedere una maggiore partecipazione e peso dentro le commissioni parlamentari e più tempo di parola nei dibattiti, esercitando così la propria capacità di influenza sull’agenda  del europarlamento. Ma vediamo da chi è composta questa truppa che, stando alle stime, sarà di circa 200 parlamentari sui  766 totali dell’assemblea. Anzitutto va registrata l’estrema eterogeneità di queste formazioni politiche che vanno dai moderati euroscettici  inglesi agli ultra-nazionalisti greci di Alba Dorata. Tutti però hanno in comune l’ostilità contro le politiche di austerità di Bruxelles e chiedono più protezionismo e il ripristino della sovranità nazionale su alcune politiche demandate alla burocrazia europea, prima fra tutte quella monetaria.
Capo fila e vero e proprio traino di questo schieramento, che sta razziando voti ai partiti tradizionali e a cui va stretta la definizione di destra (tanto più di quella estrema), è Marine Le Pen che, nel 2011, ha raccolto la guida del Front Nazional da suo padre e, nel giro di tre anni, ha compiuto un rinnovamento totale del partito, fatto sta che ora non viene più percepito come una minaccia per la democrazia e non sconta quell’isolamento politico-culturale subito nei decenni passati.
Per gli istituti demoscopici l’Fn si appresta quindi a diventare il primo partito di Francia con il 24% delle preferenze  mentre più di un francese su tre si dichiara in sintonia con le idee del movimento. Tuttavia per fondare un gruppo a Strasburgo servono almeno 25 deputati di sette diversi Paesi;  per questo motivo, lo scorso autunno, Le Pen e l’olandese Geert Wilders,  leader del Partito della libertà (Pvv) dei Paesi Bassi, hanno lanciato l’Alleanza europea per la libertà,  cartello di formazioni euroscettiche a cui hanno aderito l’Fpo austriaco di Heinz-Christian Strache (considerato il successore di Jorg Haider) che l’Istituto Market accredita come primo partito del Paese con il 25% dei consensi; i separatisti fiamminghi in Belgio del Vlaams Belang; l’Alternativa per la Germania; i Democratici Svedesi;  i lituani di Ordine e Giustizia e i ‘padani’ della Lega Nord.  Ad eccezione del Carroccio e dei tedeschi, le suddette formazioni politiche nei sondaggi volando a doppia cifra e si attestano almeno tra i primi tre partiti dei loro rispettivi Paesi.
Al momento hanno rifiutato la proposta di aderire al gruppo i Popolari danesi, e il partito britannico Ukip guidato dal carismatico leader Nigel Farage, divenuto noto nel nostro Paese a seguito di un intervento al vetriolo nell’aula di Strasburgo in cui si scagliava contro il governo Monti “imposto dall’Europa e dai poteri finanziari”. La formazione conservatrice britannica non ha mai fatto mistero di voler portare Londra fuori dall’Unione Europea e nelle recenti elezioni suppletive svolte in alcune circoscrizioni inglesi ha raccolto il 18% dei voti, superando il partito dei Tory del premier David Cameron. Un sorpasso che già da tempo preoccupa l’inquilino di Downing Street, il quale, allo scopo di fermare il travaso di voti a favore degli antieuropeisti, si è impegnato ad organizzare un referendum popolare sull’appartenenza del Regno Unito all’Ue. Così come ha il sapore di una contromossa elettorale l’iniziativa del governo socialista francese per impedire l’entrata dei lavoratori romeni e bulgari dopo entrata nel regime di totale apertura delle frontiere di Bucarest e Sofia.
Intanto conservatori euroscettici molto probabilmente torneranno ad essere il partito di maggioranza in Polonia. Diritto e Giustizia (Pis) dell’ex premier Kaczynski, attualmente all’opposizione del governo liberale, è in testa nelle rilevazioni di tutti gli istituti di ricerca. Il Pis, che al momento aderisce all’Alleanza dei Conservatori europei, è considerato un partito anti-europeo moderato e comunque atlantista, che si pone in contrasto con Bruxelles soprattutto in merito alle questioni etiche, visto l’ispirazione fortemente cattolica del partito, e riguardo la sua ferma contrarietà alla privatizzazione delle aziende di stato.
Non meno in ascesa del blocco euroscettico, ma fuori da qualsiasi tipo di alleanza, restano quei partiti e movimenti ultra-nazionalisti sui quali non si è ancora sciolto il cordone di sicurezza delle istituzioni comunitarie e dell’establishment democratico. Si tratta di quelle forze ultra-nazionaliste che vanno oltre la semplice contrapposizione tra pro e anti euro e che si dichiarano apertamente anti-sistemiche e in contrapposizione con i centri di potere economici  come il Fondo monetario internazionale, il tutto senza disdegnare richiami ancestrali all’appartenenza etnica e alle radici della propria cultura. A questa categoria di formazioni politiche, tenute a distanza dalla stessa Le Pen perché ritenute troppo estremiste, ci sono sia l’ellenica Alba Dorata sia l’ungherese Jobbik.
Il partito greco, anche nelle rilevazioni più negative, è dato stabilmente sopra il 10% (alle ultime politiche ha ottenuto il 7%) un trend in ascesa iniziato l’autunno scorso quando fu colpito dal doppio omicidio di due giovani militanti e falcidiato dall’arresto di quasi tutti i suoi parlamentari, compreso il leader Nikólaos Michaloliákos, accusati di aver costituito un’organizzazione criminale. Il movimento raccoglie consensi superando la semplice retorica contro la moneta unica e le politiche europee e propone un vera e propria ridefinizione del modello di sviluppo, basata sul ritorno al lavoro nelle campagne per quelle masse di giovani disoccupati che popolano l’ipertrofica capitale Atene. La forza di Alba Dorata sta poi nel proporre e difende il più antico concetto di nazione: una comunità di persone accumunate da un omogenea  entità linguistica, culturale e religiosa.
Questa battaglia senza quartiere contro le “istituzioni plutocratiche” e a favore dell’identità nazionale è condotta anche da Jobbik (Movimento per un Ungheria migliore), etichettato come fascista e antisemita da parte dei media dell’Europa occidentale. Nell’ambito dei partiti più estremisti del Vecchio Continente, Jobbik può essere considerato quello che detiene il maggiore peso politico in patria, poiché forte di un consenso che alle ultime elezioni politiche del 2010 ha sfiorato il 17% dei suffragi. Il partito ha goduto inoltre del reciproco appoggio con la ‘Guardia Ungherese’ (sciolta  pochi anni fa dalla magistratura magiara), un’organizzazione para-militare considerata il braccio armato del Movimento.
Il vento del nazionalismo arriva anche nella confinante Slovacchia, dove lo scorso novembre Marian Kotleba (36 anni), il leader del 'Partito nazionale solidarietà slovacca' divenuto noto per i raduni anti rom, è diventato governatore della regione di Banska Bystrica, battendo al ballottaggio il candidato social democratico. Anche in questo caso si tratta di un partito che non ha voluto diluire i richiami alla terra e alle origini e del quale gli iscritti non hanno problemi a sfilare in uniformi paramilitari e a brandire vessilli e simboli nazionalisti.
La carrellata dell’estrema destra europea si chiude ai confini dell’Unione, in una Bulgaria diventata polveriera balcanica, con disoccupazione record e problemi legati allo scontro sempre più acuto con le minoranze rom e turca. In questa società sempre più deteriorata si è andato affermando, dal 2005 a questa parte, Ataka (Attacco Unione Nazionale), cartello che ha unito tre sigle nazionaliste e che nelle diverse tornate elettorali ha oscillato tra l’8 e il 21%, caratterizzandosi per la difesa dello stato sociale e per il rifiuto all’ingresso della Bulgaria nella Nato.
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