San Bernardino, lo scontro tra Apple e Fbi è quello tra privacy e sicurezza: il caso Backdoor

18 febbraio 2016 ore 10:29, Lucia Bigozzi
Il confine è sottilissimo: sicurezza o privacy? E il tema è di stringente attualità perché impatta con l’emergenza terrorismo che minaccia l’Occidente e le nostre vite. Il punto sul quale si discute molto e in tutto il mondo è: in che dimensione si può ridurre lo spazio della nostra privacy in nome della sicurezza? L’interrogativo, ovviamente, vale anche al contrario. Il caso che ha riacceso il dibattito arriva dall’America e ruota attorno a una notizia. L’Fbi chiede ad Apple di poter accedere ai dati e alle informazioni contenute nell’IPhone di uno degli attentatori della strage di San Bernardino. California, dicembre 2015: un uomo e una donna entrano in un college armati fino ai denti e uccidono quattordici persone. Entrambi gli attentatori sono morti durante uno scontro a fuoco con gli uomini della sicurezza ma l’intelligence americana ha trovato il cellulare di uno dei due, lasciato nella macchina servita per i movimenti della coppia-killer. Impossibile entrare in quel telefono a causa del codice di accesso sconosciuto.

San Bernardino, lo scontro tra Apple e Fbi è quello tra privacy e sicurezza: il caso Backdoor
 La vicenda finisce davanti a un giudice federale che ordina ad Apple di collaborare con l’Fbi e fornire il modo per accedere a quelle informazioni preziose per le indagini. In sostanza, si legge nella sentenza, alla società di Cupertino si chiede di fornire “assistenza tecnica ragionevole” agli investigatori e di sviluppare un software – che al momento non esiste – capace di disattivare la funzione di sicurezza che blocca l’accesso ai dati contenuti nella memoria dell’IPhone. Finora, infatti, tutti i tentativo di sblocco si sono rivelati inutili. Si tratta di un iPhone 5c: dalle indagini è emerso che era solo nella disponibilità dell’attentatore ma in realtà era di proprietà del datore di lavoro che, a sua volta, ha dato l’ok per usarlo come prova e su quello lavorare per rintracciare ulteriori informazioni necessarie per ricostruire fino in fondo la rete di contatti che in quelle ore o nei giorni precedenti i due attentatori potrebbero aver attivato scambiando informazioni sulle modalità di azione o la logistica dell’attentato. Da quel telefono, secondo gli investigatori, potrebbero saltare fuori altre persone implicate nell’attacco terroristico. Ma Apple intende impugnare la decisione del giudice federale sostenendo che “forzare il codice sarebbe un precedente pericoloso”. E in una nota, l’amministratore delegato Tim Cook, spiega che il no dell’azienda “non è qualcosa che prendiamo alla leggera. Riteniamo che dobbiamo far sentire la nostra voce di fronte a ciò che vediamo come un eccesso da parte del governo Usa”. 

Probabilmente, la resistenza del colosso di Cupertino deriva dal timore che si potrebbe innescare un precedente che in casi assolutamente normali potrebbe portare i magistrati a ficcare il naso negli affari privati degli utenti. Scenario, ovviamente estremo, ma rispetto al quale Apple sta facendo le proprie considerazioni. La vicenda ha avuto vasta eco, al punto che la Electronic Frontier Foundation (organizzazione internazionale non profit di avvocati ed esperti finalizzata alla tutela dei diritti digitali) sta considerando di sostenere la posizione di Apple: Kurt Opsahl, consigliere generale per la EFF osserva (come pubblicato da Usa Today): “Se il governo degli Stati Uniti può costringere Apple per fare questo, perché non anche i governi cinese o russo? Altri paesi chiederanno di fare lo stesso per altri casi simili. Vogliamo avere questo precedente?”. Cook sostiene inoltre che accettare di collaborare con l'Fbi possa “minacciare la sicurezza dei nostri clienti”. Il confine, come si vede, è veramente sottile. 
autore / Lucia Bigozzi
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