C'è confusione nel board della Bce oppure c'è "l'ordine"?

18 febbraio 2016 ore 17:07, Luca Lippi
Dal verbale redatto a seguire dell’ultima riunione della Bce dello scorso 21 gennaio si evince una divergenza di vedute in seno al direttorio della banca centrale, e in questo caso prenderebbe consistenza la voce da più parti rimbalzata del ruolo dispotico di Mario Draghi nell’esercizio delle sue funzioni. Andiamo oltre le considerazioni di facciata che interessano poco e andiamo a cercare di capire che cosa starebbe succedendo. La questione si riferisce all’interventismo del massimo organismo finanziario della Ue riguardo gli interventi da fare per incidere sulla ripresa economica e sull'inflazione eccessivamente debole nell'area euro.

C'è confusione nel board della Bce oppure c'è 'l'ordine'?
Si legge dalla relazione: “E' stato sostenuto che in una situazione in cui prevalgono i rischi di indebolimento e in cui stanno emergendo nuovi rischi, sarebbe preferibile agire preventivamente, tenuto conto dei rischi venuti in essere, piuttosto che aspettare che tutti i rischi si materializzino pienamente”, in sostanza si contesta la decisione di avere rimandato a marzo ogni decisione prima di programmare nuovi interventi. La confusione che si sta materializzando all’interno del board di Bce e circa l’individuazione della problematica che frena l’aumento dell’inflazione, non è chiaro se si è di fronte a effetti secondari di bassa inflazione e caduta dei prezzi del petrolio oppure se le dinamiche salariali frenano l’azione del Qe.
L’obiettivo della Bce è quello della stabilizzazione dei prezzi, in base al mandato che le viene attribuito dai trattati europei, ed è quantificato in un caro vita inferiore ma vicino al 2%. Attualmente l'inflazione fluttua poco sopra lo zero. Tuttavia nel giudicare il quadro, più che all'immediato la Bce guarda alle prospettive di medio periodo. E in quest'ottica eventuali peggioramenti delle dinamiche salariali o delle attese di inflazione del pubblico sarebbero molto allarmanti perché allontanerebbero le speranze di far risalire la dinamica dei prezzi ai valori obiettivo, tramite le misure monetarie adottate. L’attesa del mese di marzo per rivedere le linee di politica monetaria della Banca centrale è derivante dall’esigenza da parte di buona parte del direttorio (non tutto evidentemente) di osservare gli effetti degli stimoli già messi in campo e quantificare un eventuale aumento dell’intervento. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, appoggiato spesso da una fronda minoritaria di altri governatori, tende a osteggiare il rafforzamento delle misure di stimolo portato avanti da Draghi, tuttavia la personalità di  Weidmann & co. non è sufficiente per inibire l’operato del Presidente della Bce. La sensazione è che la Bce stia osservando le politiche monetarie delle altre aree geografiche allo scopo di non immettere eccessiva liquidità laddove il problema non sia certamente quello di aumentare il programma di alleggerimento quantitativo.
In sostanza Mario Draghi afferma che la Bce non ha alcun problema a disporre o potenziare le politiche monetarie, ma allo stato attuale è più importante tenere d’occhio il rapporto di cambio con il dollaro e soprattutto aspettare le mosse della Federal Reserve piuttosto che offrirgli spunti di riflessione. Al momento a tenere il cambio schiacciato contribuiscono anche i dati Usa sulle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e l'indice Fed di Filadelfia di febbraio, entrambi leggermente migliori delle stime, e se i dati fossero taroccati?

autore / Luca Lippi
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