Tumore al fegato, la teoria italiana per invertire la rotta

18 gennaio 2016 ore 8:58, Micaela Del Monte
Una ricerca tutta italiana, coordinata dal dottor Giovanni Sitia - responsabile dell’Unità di Epatologia Sperimentale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele -, ha identificato un innovativo approccio terapeutico basato su una tecnica di terapia genica in grado di contrastare efficacemente le metastasi al fegato causate da tumori del colon-retto. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Embo Molecular Medicine. Al momento i dati sono stati ottenuti solo nel topo ma le premesse di successo anche nell’uomo ci sono tutte.

Tumore al fegato, la teoria italiana per invertire la rotta
L’innovativa tecnica messa a punto dai ricercatori italiani, in collaborazione con il professor Luca Guidotti, vice direttore scientifico e capo dell’Unità di Immunopatologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e con il professor Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica, consiste nel modificare geneticamente le cellule del sistema immunitario affinché producano molecole capaci di bloccare la crescita tumorale.  Andando ad intervenire sull'attività del gene denominato interferone alfa, i ricercatori capitanati dal dottor Giovanni Sitia si sono infatti accorti che la crescita del tumore al fegato subiva drastici rallentamenti e che il gene incriminato rappresentava, appunto, la via d'accesso attraverso la quale il cancro tendeva a diffondersi all'interno dell'organismo ospitante e a produrre il “contagio” tra gli organi contigui.

Nel dettaglio, l'attività in grado di bloccare il processo di metastasi è rappresentata dalla possibilità di alterare la struttura genetica di interferone alfa, andando ad inserire nelle cellule madri, alcune componenti anti-tumorali, dette macrofagi, che inibiscono sul nascere l'opera di diffusione del cancro.

La sola idea di poter intervenire sulle metastasi prodotte a partire dal tumore al fegato consentirebbe di diminuire enormemente l'alto coefficiente di rischio connesso con la patologia e di ricondurre il funzionamento di quella complessa ghiandola ad un ambito di normalità, consentendone la genesi di nuove cellule senza che l'opera si traduca in un danno ingente all'intero organismo ospitante. 

"Una volta nel fegato, l'interferone agisce sul microambiente epatico, riducendo precocemente la crescita e la colonizzazione metastatica e in seguito favorendo la risposta immunitaria contro le metastasi da colon-retto", ha spiegato Giovanni Sitia. "Abbiamo inoltre verificato - ha aggiunto - che l'ingegnerizzazione dei macrofagi e la conseguente produzione specifica di interferone, è in grado di conferire protezione a lungo termine in modelli preclinici murini, senza causare apparenti effetti collaterali o incapacità a rispondere adeguatamente a infezioni virali sistemiche".
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