Dopo la Consulta obiettivo unioni civili più lontano. Il punto che non va

18 gennaio 2016 ore 13:01, Americo Mascarucci
Il percorso verso l'approvazione del Disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili si fa sempre più impervio e pieno di ostacoli.
L'ultimo in ordine di tempo sembrerebbe arrivare niente meno che dalla Corte Costituzionale ed è un ostacolo tutt'altro che insormontabile se se ne stanno preoccupando anche dal Quirinale.
Una sentenza della Consulta infatti stabilisce che " i coniugi devono essere persone di sesso diverso". Poche parole per dire che non può esistere in Italia il matrimonio fra persone dello stesso sesso. 
Uno spettro che avrebbe spinto nelle ultime ore il Governo a richiedere un parere ai giuristi del Quirinale per evitare l'approvazione di una legge che possa poi ritrovarsi cassata dalla Consulta in quanto "anticostituzionale". Dal Quirinale sarebbe arrivata una specie di doccia fredda, specificando che il riferimento da prendere in considerazione è la sentenza 138/2010 della Consulta. 

Ma cosa recita questa sentenza? La Consulta nella sentenza n.138/2010 chiarisce in via preliminare che in relazione all’art.2 Cost., le coppie dello stesso sesso sono da considerarsi a tutti gli effetti formazioni sociali cui la Costituzione garantisce tutela. Nello specifico il Giudice delle Leggi rileva che "per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello
pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri (considerato in diritto 8)".
Dopo la Consulta obiettivo unioni civili più lontano. Il punto che non va
Allo stesso tempo però, la Corte ricomprime quanto stabilito all’interno della"sfera di volontarietà legislativa". Ovvero, secondo la Corte, sebbene ci si trovi di fronte ad un diritto fondamentale costituzionalmente garantito, spetterebbe al legislatore, in via esclusiva, ricercare e formulare le soluzioni legislative più congrue al fine di ottemperare a quanto costituzionalmente garantito. Fermo restando che,  rileva la Corte "Se alla luce dell’art.2 Cost. un diritto esiste, alla luce dell’art.29 Cost. tale diritto non è riconducibile all’interno di un diritto fondamentale al matrimonio che, a parere della Corte, rimane riservato alle coppie eterosessuali".
In pratica in base a questa sentenza i diritti delle coppie gay possono essere regolamentati ma non potrebbero essere in nessun modo equiparati al matrimonio. Da qui nascerebbero anche le perplessità del Presidente Mattarella il quale però ha dichiarato che le sue osservazioni le farà nel momento in cui la legge approvata dal Parlamento sarà sottoposta al suo parere. Tuttavia appare evidente come il ddl Cirinnà così come concepito rischierebbe di mettere sullo stesso piano nozze gay e matrimonio incorrendo quindi nel rischio di incostituzionalità.
Per questo il Governo starebbe lavorando per rendere il testo il più possibile armonico e compatibile al dettato costituzionale fermo restando che il rischio di incostituzionalità della legge appare non più soltanto ipotetico ma molto, molto reale.  








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