Agenda migranti: si sfila anche Parigi. Ad ascoltare l'Ue restiamo solo noi?

18 maggio 2015, Adriano Scianca
“L'Europa si fa finalmente carico dell'emergenza immigrazione”: questo è quello che ci hanno detto dopo l'approvazione in Commissione del piano Juncker. Mai come in questo caso, tuttavia, l'Europa reale, quella dei popoli e delle nazioni sovrane, sembra divergere dall'Ue. 

A dividere è proprio la ripartizione dei profughi fra i differenti stati secondo un sistema di quote. Procedura da cui ora anche Parigi si sgancia. “Sono contrario all’instaurazione di quote di migranti. Questo non ha mai corrisposto alle proposte francesi. La Francia è invece favorevole a un sistema europeo di guardie di frontiera”, ha dichiarato il premier francese Manuel Valls. E non è un caso che lo abbia fatto alla frontiera franco-italiana di Mentone dove tra lunedì e giovedì sono state fermate 944 persone. Se il messaggio non fosse abbastanza chiaro, pronunciare queste parole in quel luogo significa dire all'Italia: “Arrangiatevi”. 

In una successiva intervista, Valls ha chiarito: “Abbiamo considerato che fosse necessario dire le cose ad alta voce perché non ci fosse alcuna ambiguità. La questione delle quote è fonte di una grande confusione, e non bisognava dare l’impressione che le avremmo accettate”. Per Parigi bisogna tener conto degli sforzi compiuti e di chi già ha operato nel campo dell'accoglienza dei profughi. 

In ogni caso, il no della Francia arriva in un contesto di generale scetticismo nei confronti dell'Agenda Ue. Precedentemente, era stato il primo ministro inglese David Cameron a chiarire che il ruolo di Londra nell'emergenza immigrati consiste unicamente nell'invio di navi per pattugliare il Mediterraneo, non nella disponibilità a prendersi quote di profughi. 

Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, ha dal canto suo definito il sistema delle quote obbligatorie “una pazzia”. E, a stretto giro, anche Paesi Bassi, Danimarca, Estonia, Polonia e Slovacchia hanno già espresso la loro opposizione. Insomma, se noi siamo stati tanto fessi da sottoscrivere la convenzione di Dublino, secondo cui le domande di asilo da parte dei richiedenti devono essere presentate nel paese di arrivo, il resto degli stati europei non sembra invece disposto a sottoscrivere allegramente qualsiasi documento esca dagli uffici di Bruxelles. 

In questo contesto, appare come una pia speranza completamente svuotata di incidenza sulla realtà l'appello di Federica Mogherini: "Mi aspetto che gli stati membri, gli stessi che hanno chiesto alla Ue di agire velocemente e efficacemente, consentano all'Europa di essere efficace in questa azione in tutti i suoi aspetti".

Il piano Juncker, insomma, sembra in crisi prima ancora di essere entrato in vigore. Il cui iter, del resto, è già di suo piuttosto macchinoso. Il pacchetto di misure dell'Agenda Immigrazione dovrà infatti essere sottoposto al vaglio del Consiglio Ue e le proposte dovranno essere approvate con la cosiddetta procedura legislativa ordinaria prevista dall'art. 294 TFUE. 

Questa procedura di codecisione, piuttosto complicata, comporta che si pronuncino Consiglio e Parlamento europeo con possibilità di più letture. E il punto è che il Consiglio si deve pronunciare a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri con un minimo di 15 e tali da rappresentare almeno il 65% della popolazione!) ed eventualmente in alcuni passaggi all'unanimità (in particolare sugli emendamenti del Parlamento sui quali c'è parere negativo della Commissione). 

E meno male che si tratta di un'emergenza...
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]